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GLI ARBËRESHË

I quattro gruppi di migranti discussi nel precedente Capitolo sono esempi di gruppi stranieri che si sono stabiliti nel sud dell'Italia ma non sono riusciti a sopravvivere. Questo fallimento non fu dovuto all'integrazione culturale, ma all'incompatibilità. Gli antichi Greci fecero i conti con il crescente potere di Roma; i Bizantini si scontrarono con il Papato; i Saraceni erano il flagello dei cristiani; i Valdesi subirono la furia dell'Inquisizione.


gli insediamenti Arbëreshë oggi esistenti

Gli Arbëreshë rappresentano un gruppo unico perchè, pur essendo venuti come stranieri, non hanno destato l'ira dei nativi e nessuno ha desiderato la loro eliminazione o rimozione. Sono sul suolo italiano da 500 anni, ma oggi la loro eliminazione è minacciata dall'integrazione culturale pacifica piuttosto che dalla forza.

Gli Arbëreshë non si sono stabiliti sempre subito in un luogo fisso, ma spesso sono trasmigrati nelle aree vicine, se non in altre regioni e questo spiega la presenza degli Arbëreshë prima in certi centri e poi scomparire per vederli ricomparire in altre località.

La storia delle loro ondate migratorie e la molteplicità dei loro insediamenti fornisce una giustificazione alla dispersione in un vasto territorio che, attualmente, copre quasi tutta l'Italia meridionale.

Sarebbe sbagliato pensare agli Arbëreshë come a un gruppo passivo che vive pacificamente nell'Italia meridionale. Infatti, appena giunsero, si misero a praticare il brigantaggio. Questa pratica fu soppressa militarmente dai governanti locali, ma non vi fu alcuna azione per sradicare o scacciare gli Arbëreshë. Fatta eccezione per le azioni necessarie a frenare la pratica del brigantaggio, non vi fu alcuna campagna militare per eliminare gli Arbëreshë dall'Italia peninsulare, come quelli che ci furono contro gli altri quattro gruppi descritti nel capitolo precedente.

Diversi fattori hanno contribuito alla sopravvivenza degli Arbëreshë nell'Italia meridionale; tra questi vi è l'isolamento geografico offerto dal terreno montagnoso e i loro tratti culturali ben identificabili, ma che non ha destato sospetti che avrebbero portato alla loro eliminazione.

Giorgio Castriota Scanderbeg

All'inizio della metà del XV secolo gli Ottomani avevano messo assoggettato quasi tutta la penisola balcanica, ad eccezione di una piccola striscia costiera lungo il mare Adriatico, che comprendeva l'attuale Albania. In questa regione gli Albanesi, sotto la guida di Scanderbeg, hanno resistito agli eserciti del Sultano per un periodo di venticinque anni.


Ritratto di Skanderbeg di Antonio Maria Crespi

Scanderbeg ha una storia personale insolita. Suo padre era Giovanni Castriota, signore di Cruia e tra i maggiori magnati dell'Albania centrosettentrionale, che fu costretto a mandare come ostaggi i suoi quattro figli, compreso Scanderbeg, presso la corte Ottomana di Adrianopoli.

Ad Adrianopoli Scanderbeg divenne esperto nell'uso delle armi e di strategia militare; inoltre guadagnò la stima e la fiducia del Sultano, tanto che divenne uno dei suoi generali preferiti.

Inviato in Serbia a combattere contro una coalizione di eserciti cristiani, Scanderbeg disertò e, ritornato nella natia Albania, iniziò il lungo periodo di resistenza contro gli Ottomani.

Grazie ai suoi successi, ricevette aiuto e incoraggiamento da Alfonso I d'Aragona, Re di Napoli. Tra i due uomini si formò un'amicizia duratura, che in seguito aprì la strada alle migrazioni degli Albanesi verso l'Italia meridionale.

La prima migrazione

La prima migrazione risalirebbe agli anni tra il 1399 e il 1409, quando Ladislao I, il Re di Napoli dalla Casa d'Angiò-Durazzo, si vide costretto a domare le rivolte dei Baroni della Calabria, i quali sostenevano il pretendente al trono Luigi II di Angiò-Valois, utilizzando gli stradioti albanesi che offrivano i loro servizi all'una o all'altra parte.

Nota: gli stradioti erano soldati in genere albanesi, ma anche dalmati e greci, che formavano unità militari di cavalleria della Repubblica di Venezia, del Regno di Napoli e di altri Stati dell'Europa centro-meridionale dal XV secolo fino alla metà del XVIII secolo.

La seconda migrazione

Nel 1437 Alfonso I d'Aragona affidò al Marchese di Crotone, Antonio Centelles, la carica di Vicerè della Calabria e lo incaricò di trattare il matrimonio della Contessa Enrichetta Ruffo di Catanzaro con Innico d'Avalos, un condottiero spagnolo che, per aver sostenuto Alfonso I d'Aragona, aveva perduto i propri feudi in Castiglia. Ma Antonio Centelles, allettato dalle ricchezze della Contessa di Catanzaro, trattenne Enrichetta con l'intento di sposarla, contando sul perdono del Re. Malgrado le minacce del Re, il matrimonio avvenne lo stesso; Antonio Centelles si chiuse in Crotone con l'intenzione di resistere al Re aiutato anche dai baroni calabro-siciliani i quali sostenevano Renato I d'Angiò-Valois, pretendente al trono di Napoli.


Alfonso I di Aragona dipinto da Juan de Juanes

Per sopprimere la rivolta dei Baroni, Alfonso I d'Aragona, che era in stretto contatto con Scanderbeg, chiese il suo aiuto. Circa 300 stradioti albanesi condotti da Demetrio Reres (anche: Demetrius Reres) e dai suoi figli Giorgio e Basilio, vennero inviati da Scanderbeg in Calabria. Questi, insieme all'esercito del Re, nel dicembre del 1444 conquistarono Cirò e Crotone, assediando infine il Marchese Antonio Centelles il quale, nel 1445, fu costretto a sottomettersi chiedendo la clemenza reale. Il Re gli tolse i feudi e lo costrinse a soggiornare a Napoli.

Alcuni testi affermano che nel 1448, in cambio dei suoi servigi, il Re di Napoli nominò Demetrio Reres, "valoroso capitano degli Epiroti", Governatore della Calabria Ulteriore, donandogli inoltre i terreni confiscati ad Antonio Centelles. In questi terreni i gli stradioti di Reres fondarono i primi villaggi Arbëreshë.

Nel 1866 Francesco Tajani nel suo "Istorie Albanesi" così scrive: "Per opera di costoro collo scorrere del tempo vi sorsero nuovi paesi, altri disabitati ripopolaronsi. Dapprima se ne contarono sette denominati Andali, Amato, Arietta, Carafa, Casalnuovo, Vena e Zangarona; indi gli altri Palagorio, San Nicola dell'Alto, Carfizzi e Gizzeria."

I due figli di Demetrio Reres, Giorgio e Basilio, furono elevati al grado di capitano. Un documento reale datato 1 settembre, 1448 mostra che Giorgio venne trasferito in Sicilia come "comandante degli Epiroti" per proteggere con un presidio al Casale di Bisiri (Mazara), la costa ovest dell'isola dalle incursioni dei Valois-Angiò.


gli Stradioti in un dipinto di Gustave David

Quando, dopo due anni diminuirono i timori di un'invasione dei Valois-Angiò, gli stradioti lasciarono il Casale di Bisiri e andarono al castello di Calatamauro per poi trasferirsi nel possedimento di Cardenia Peralta, dove fecero venire le loro famiglie dall'Albania. Qui costruirono le prime case, la chiesa della SS. Annunziata e fondarono nel 1450 l'insediamento che chiamarono Contessa.

Altri villaggi furono fondati o reinsediati in luoghi abbandonati. Questi erano Bronte, San Michele di Ganzaria e Sant'Angelo Muxaro. Altri albanesi si stabilirono a Taormina, dove ancora oggi si ricorda "il Quartiere degli Albanesi".

Inoltre, a causa della pressione ottomana in Albania e, approfittando della nascita in Italia delle prime colonie Arbëreshë, diversi gruppi di Albanesi partirono dalla loro patria per fondare nuove colonie o reinsediare località spopolate. Questi località erano, in provincia di Catanzaro: Caraffa, Curinga, Gizzeria e Marcedusa; in provincia di Crotone: Belvedere di Spinello, Carfizzi, Casabona, Pallagorio, San Nicola dell'Alto, Zagarise e Zinga.

Questi furono i primi villaggi Arbëreshë che sorsero nell'Italia meridionale. Anche se gli Albanesi erano venuti come mercenari per sopprimere una rivolta, l'acquisizione della terra per i loro villaggi fu sancita dal Re di Napoli. Il Re sentiva che la loro presenza in queste regioni avrebbe anche scoraggiato ogni ulteriore tentativo di rivolta. Dopo la morte di Scanderbeg, questi paesi aumentarono di popolazione con la venuta di altri profughi dalla Morea e dall'Albania.

Occorre però considerare che vi è qualche dubbio sul vero ruolo di Demetrio Reres e dei suoi figli, infatti lo studioso Paolo Petta, nel suo libro "Stradioti: soldati albanesi in Italia", stampato nel 1996 a Lecce dalla casa editrice Argo afferma che: "Demetrio Reres o non è mai esistito, o è esistito, al tempo di Alfonso [d'Aragona]o magari un po' più tardi, come capo di stradioti o forse come "gubernator" di una terra calabrese di proporzioni limitate.

Va inoltre segnalato un articolo comparso sul giornale on-line "la Repubblica.it" del 26 febbraio del 2009 intitolato: "IL FALSO DEGLI ALBANESI, DOCUMENTO DEL '600 SCOPERTO NELL' ATENEO" il cui testo si riporta integralmente:

è TUTTO, dalla firma del re Alfonso d' Aragona ai dettagli su un intervento militare in suo soccorso compiuto dagli albanesi di Sicilia nel 1448 tra la Val di Mazara, Contessa Entellina e Palazzo Adriano. Intervento di 300 uomini che avrebbe fruttato al valoroso comandante, Demetrio Reres, e ai suoi figli Giorgio e Basilio, il titolo di Governatore della Calabria inferiore. Peccato che falsa sia la firma, falsa l' onorificenza, mai avvenuta la spedizione e realizzato di sana pianta, due secoli dopo, il documento. Falsario l'arciprete vissuto alla metà del 1600 a Mezzojuso, Giorgio Reres, un personaggio che dichiarava di custodire in casa le vere reliquie di santa Rosalia e che ricorda l'abate Vella di sciasciana memoria. Obiettivo: dare origini nobili e militari alla sua famiglia.

Il falso storico è stato scoperto e accertato da Matteo Mandalà, ordinario di Lingua e letteratura albanese all'Ateneo di Palermo. Mandalà ha studiato un importante documento custodito all'Archivio di Stato di Palermo che riferisce del valoroso intervento militare a fianco di Alfonso il Magnanimo, Re di Aragona e di Sicilia dal 1416 al 1458 e sovrano di Napoli dal 1443 al 1458. La scoperta è stata presentata il 27 febbraio 2009 al congresso internazionale "Falso e falsi", organizzato dalla facoltà di Scienze della formazione e dal dipartimento Danae dell'Università di Palermo in collaborazione con la Fondazione Banco di Sicilia e dedicato trasversalmente al falso nell'arte, nella storia, in letteratura, nella tecnologia.

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