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La terza migrazione

La terza migrazione, risale agli anni 1461 - 1468, e fu abbastanza simile alla seconda. Alfonso I d'Aragona morì nel 1458 e il suo figlio bastardo Ferdinando fu elevato al trono, contro l'opposizione del Casato degli Angiò-Valois. Diversi baroni locali, sostenitori di Renato D'Angiò-Valios, pretendente al trono di Napoli, iniziarono una rivolta nella provincia di Lecce che Ferdinando trovava difficile sopprimere. Così nel 1459 fece appello a Scanderbeg per ricevere il suo aiuto.

Scanderbeg, che in quel momento era coinvolto nella lotta contro gli Ottomani, inviò suo nipote Jovan Stres Balcić alla testa di 500 stradioti albanesi. Il primo ottobre del 1460, a Barletta, Jovan Stres Balcić sconfisse le truppe del ribelle Giovanni Antonio Orsini del Balzo, Principe di Taranto; poi andò a combattere contro i ribelli guidati da Nicolò Piccinno e conquistò la città di Trani.

Intanto Skanderbeg, il 17 aprile 1461, concluse una tregua triennale con gli Ottomani e, il 25 agosto del 1461, giunse in Puglia con una forza di spedizione di 1.000 cavalieri e 2.000 fanti. A lui il Re Ferdinando affidò l'intero fronte pugliese e la difesa della fortezza di Barletta, mentre il Re andò a combattere più a nord contro i sostenitori degli Angiò-Valois.

Skanderbeg eseguì il compito assegnatogli con la massima serietà. Da Barletta e da Trani attaccò i baroni ribelli in Terra d'Otranto, dove diffuse miseria e devastazione. I Casali in provincia di Taranto, i cui feudatari erano alleati con il Principe ribelle Giovanni Antonio Orsini del Balzo, furono così distrutti. Dopo tre mesi, i ribelli guidati dal Principe di Taranto chiesero pace, per la quale lo stesso Skanderbeg fungeva da mediatore.

Più tardi Skanderbeg combattè la battaglia di Orsara, sulla collina di "Terrastrutta", vicino all'attuale Greci in provincia di Avellino, dove gli Angioini furono finalmente sconfitti. Dopo questa battaglia, una guarnigione di stradioti albanesi fu insediata sulla collina per difendere la zona dalle invasioni dei ribelli; fu qui che gli Albanesi fondarono la città di Greci.


panorama di Greci in provincia di Avellino

Quindi Skanderbeg, dopo aver sconfitto le truppe dei ribelli ed assicurato il trono del Re Ferdinando, fu ricompensato con la concessione dei feudi di Monte Sant'Angelo, Trani e San Giovanni Rotondo, dopo di che, tornò in Albania.

Ma molti dei suoi soldati rimasero in Molise, dove fondarono o ripopolarono, in provincia di Campobasso: Campomarino, Montecilfone, Portocannone, San Giacomo degli Schiavoni, San Martino in Pensilis, Santa Croce di Magliano e Ururi. in provincia di Isernia: Sant'Elena Sannita.

Altri soldati si stabilirono Puglia dove nella provincia di Foggia fondarono o ripopolarono: Casalnuovo Monterotaro, Casalvecchio di Puglia, Castelluccio dei Sauri, Chieuti, Faeto, Monteleone di Puglia, Panni e San Paolo di Civitate.

Altri ancora si stabilirono in Terra d'Otranto in quella che oggi è chiamata "Albania Salentina", dove fondarono o ripopolarono in provincia di Taranto: Belvedere, Carosino, Civitella, Faggiano, Fragagnano, Mennano, Monteiasi, Montemesola, Monteparano, Roccaforzata, San Crispieri, San Giorgio Jonico, San Martino, San Marzano di San Giuseppe, Santa Maria della Camera; in provincia di Lecce: Sternatia e Zolino.

La quarta migrazione

La quarta migrazione fu la più ampia e risale agli anni tra il 1468 e il 1506, quando oramai sempre più città e fortezze albanesi stavano cadendo sotto il dominio ottomano. Mentre la popolazione veniva perseguitata e massacrata, molti albanesi seguirono l'esempio di quelli che si erano già insediati in precedenza in Italia meridionale. Quindi, dai porti di Ragusa, Scutari ed Alessio lasciarono la loro terra su navi veneziane, napoletane e albanesi.

Papa Paolo II scrisse al Duca di Borgogna: "Le città [dell'Albania] che avevano resistito alla furia turca fino ad oggi sono ora cadute in loro potere. Tutti i popoli che abitano sulle rive del Mare Adriatico tremano alla vista di un pericolo imminente. Ovunque vedi solo terrore, tristezza, prigionia e morte. Non senza lacrime è possibile guardare le navi che si rifugiano dalle coste albanesi nei porti d'Italia, quelle miserabili famiglie sfrattate dalle loro case in riva al mare, alzano le mani verso il cielo, riempendo l'aria di lamenti in un linguaggio incomprensibile".

panorama di Maschito in provincia di Potenza

Molti degli albanesi giunti in Italia ricevettero dai feudatari locali terre e diritti civili in aree scarsamente popolate. Si stabilirono lungo la costa adriatica tra l'Abruzzo e il Gargano, solo per trasferirsi in seguito nel Molise e nello Stato Pontificio. Alcuni si stabilirono a Genazzano, altri stabilirono nelle Marche, dove si insediarono ad Urbino e in altri luoghi dell'Italia centrale. Di questi, quasi tutti i ricordi sono andati persi. Molti si trasferirono nel Regno di Napoli, nelle zone montuose intorno a Benevento, oltre che in provincia di Potenza a Barile, Ginestra, Maschito e Melfi dove ripopolarono villaggi abbandonati e devastati dal terremoto.

Altri ancora andarono in Calabria dove, in provincia di Cosenza, fondarono o reinsediarono i paesi di: Cantinella, Corigliano Calabro, Firmo, Lungro, Macchia Albanese, San Cosmo Albanese, San Demetrio Corone, San Giorgio Albanese, Santa Sofia d'Epiro, Spezzano Albanese e Vaccarizzo Albanese. Altri preferirono stabilirsi tra i fiumi Sinni e Crati, mentre alcune famiglie della vecchia nobiltà albanese si stabilirono a Trani e ad Otranto.

Dopo la caduta di Kruja (1478) e di Scutari (1479), ci fu un ulteriore esodo di albanesi nel regno di Napoli. In provincia di Potenza i profughi albanesi provenienti da Kruja andarono ad insediarsi nella zona di Brindisi Montagna; a testimonianza di ciò vi è il nome di una via del paese, dedicata a questi rifugiati, intitolata "Via dei Crojesi".

Molte famiglie albanesi si stabilirono in provincia di Cosenza, dove fondarono o reinsediarono i paesi di Acquaformosa, Cavallerizzo, Cervicati, Cerzeto, Civita, Falconara Albanese, Eianina, Frascineto, Marri, Mongrassano, Plataci, Rota Greca, San Basile, San Benedetto Ullano, San Giacomo, San Martino di Finita, Santa Caterina Albanese, Serra d'Aiello, Serra di Leo e molti altri luoghi dei quali, nel frattempo, sono andate perdute le tracce.

Intanto in Sicilia nacquero nuovi insediamenti e, più precisamente: nel 1481 in Biancavilla in provincia di Catania, mentre in provincia di Palermo nel 1481 nacque Palazzo Adriano, nel 1488 Bronte e Piana dei Greci, nel 1490 Mezzojuso e nel 1491 Santa Cristina Gela.

La quinta migrazione

La quinta migrazione avvenne nel 1534 e fu un massiccio spostamento di profughi greco-albanesi provenienti dalla Morea e, più precisamente dalle città di Corone, Modone, Nauplia e Patrasso.


donna Arvanita
in un dipinto di Charles Gleyre

Nel 1532 l'ammiraglio genovese Andrea Doria, alle dipendenze dell'Imperatore Carlo V, occupò la Morea dove si trovavano molti Arvaniti. Quando gli Ottomani stavano per riprendere la Morea, Carlo V li fece evacuare, col consenso di Don Pedro de Toledo, vicerè di Napoli, verso il Regno delle Due Sicilie.

Il porto di partenza fu la città di Corone, che, insieme con Modone, nell'XI secolo aveva giocato un ruolo chiave nella storia del commercio e delle relazioni tra la Repubblica di Venezia e l'Impero Bizantino.

Corone, che nel 1204 era stata conquistata dai partecipanti alla quarta Crociata, fu ceduta alla Repubblica di Venezia, sotto il cui dominio rimase fino al 1460, quando fu abbandonata causa della impossibile difesa dagli Ottomani, che avevano conquistato quasi completamente la Morea.

La popolazione di Corone era in maggioranza greca, ma esisteva una consistente minoranza albanese di fede ortodossa che la gente del posto chiamava "Arvaniti". Ed era in questa località che avevano trovato rifugio un gran numero di albanesi fuggiti dall'Albania prima dell'arrivo degli Ottomani.

Nel 1532, quando il Sultano Solimano intraprese il tentativo di conquistare Vienna, l'Ammiraglio genovese Andrea Doria suggerì a Carlo V d'Asburgo, Imperatore del Sacro Romano Impero e Re di Napoli, di effettuare una manovra diversiva sul lato greco. L'Imperatore accettò e diede ad Andrea Doria l'ordine di effettuare la spedizione. Il 29 luglio 1532, Andrea Doria raggiunse Napoli con 25 galee e, il 4 agosto, raggiunse Messina, dove erano in attesa diverse altre navi.

Il 18 agosto, la flotta composta da 44 galee (17 di Andrea Doria, 13 pontificie, 5 di Malta, 4 di Sicilia, 3 di Napoli, 2 di Monaco) e da altre 35 grandi navi (tra le 35 grandi navi vi erano 15 galeoni e 2 caracche, una di Malta ed una di Genova, la "Grimalda"), partì dal porto di Messina. I suoi marinai erano composti da gente del posto e soprattutto da albanesi stanziatisi in Italia tempo prima.


una galea dell'Ordine di Malta

Andrea Doria conduceva l'avanguardia mentre alla sua destra si trova la capitana pontificia ed alla sua sinistra quella dei cavalieri di Malta; Antonio Doria, suo cugino, era al centro insieme alle galee dei cavalieri di Malta; seguivano tutte le navi a vela, condotte da Bernardo Salviati, priore di Roma.

I veneziani avvertirono Andrea Doria che una piccola flotta ottomana era a Cefalonia, allo stesso tempo avvertirono gli Ottomani dell'arrivo di Andrea Doria e della sua grande flotta, così che, quando Andrea Doria raggiunse Cefalonia, la flotta ottomana si era ritirata a Costantinopoli. Quindi Andrea Doria decise di attaccare Corone.

All'arrivo di Andrea Doria di fronte a Corone, la popolazione gli inviò segretamente dei messaggi per informarlo sullo stato della città e per offrire la loro cooperazione dall'interno. Andrea Doria fece sbarcare gran parte dell'equipaggio per assediare la città, così che, il 21 settembre 1532, dopo tre giorni di assedio e la morte di 300 cristiani, Andrea Doria entrò vittoriosamente nella città.


Ritratto di Andrea Doria nelle vesti di Nettuno
dipinto del Bronzino

Quando Andrea Doria partì per conquistare Patras, affidò al governo della città a Girolamo Mendoza. Intanto, dopo la cattura di Corone e il massacro degli Ottomani, il Sultano Solimano decise di vendicarsi. L'8 novembre 1532 l'Imperatore ordinò all'Ammiraglio Andrea Doria di fare ritorno in Italia. Alcune facoltose famiglie di Corone si imbarcarono con tutte le loro sostanze sulle navi di Andrea Doria, e arrivarono a Napoli il 24 dicembre 1532.

L'Imperatore onorò con diversi documenti i Coronei e li premiò con diversi privilegi; con un diploma datato 8 aprile 1533 li raccomandò a Pedro Alvarez de Toledo y Zuniga, Marchese di Villafranca e Vicerè di Napoli, e ordinò di dare loro qualche terra in Puglia o in Calabria. Con un altro diploma datato 15 luglio 1534 l'Imperatore dichiarò esenti i Coronei da tutte le tasse reali e baronali. Così che alcuni Coronei si stabilirono in Basilicata a Barile, altri in provincia di Cosenza a San Benedetto Ullano e San Demetrio Corone.

Intanto nel 1533 Solimano inviò a Corone una flotta condotta dall'ammiraglio Khayr al-Din Barbarossa. Rodrigo Machicao, che si vide circondato, inviò al Vicerè di Napoli un messaggio con il quale chiedeva aiuto. Il Vicerè scrisse immediatamente all'Imperatore, il quale inviò a Corone una nuova flotta sotto il comando di Andria Doria.

Il 2 Agosto 1533, a otto miglia nautiche di Corone, ci fu in una breve battaglia con gli Ottomani. Poi Andrea Doria, dopo aver lasciato un presidio sotto il comando di Rodrigo Machicao e portato dei rifornimenti a Corone, tornò a Napoli con Girolamo Mendoza.

Nel 1534 fu firmato il trattato di pace tra Carlo V e Solimano. La città fortificata di Corone venne lasciata agli Ottomani e una delle condizioni era che i cittadini di Corone che volevano lasciare la città potevano essere imbarcati su una delle navi inviate da Carlo V e trovare rifugio in Italia.

Lo storico Paolo Petta sostiene che la città di Corone, nel 1532, poteva contare 5.000 abitanti o poco più e che, contrariamente a quanto si continua a scrivere, non era popolata da albanesi, anche se è possibile che gli ottomani nel 1500 avessero soppresso le restrizioni disposte dai veneziani in ordine al loro ingresso e soggiorno in città. Infatti, agli albanesi era vietato dimorare in città ed anche entrarvi in gruppi superiori a dieci.

Il governo napoletano noleggiò diverse navi mercantili sulle quali furono imbarcate le famiglie greche e albanesi (Arvaniti) di Corone, che preferivano trovare una nuova casa nelle province del sud d'Italia. Circa 2.000 persone furono trasportate fino alle coste del Regno di Napoli.

Una congrua parte sbarcò a Lipari e gli altri a Napoli, la capitale del regno, dove l'imperatore Carlo V diede il permesso a Lazzaro Mathes, capitano stradiota, e ai suoi eredi e successori di costruite nel regno di Napoli nuovi "Casali". Così che vennero fondati o reinsediati diversi paesi quali, in provincia di Potenza in Basilicata: Barile, Brindisi Montagna, Ginestra, Maschito, Melfi, San Costantino Albanese, San Paolo Albanese e San Giorgio Lucano, mentre in provincia di Cosenza in Calabria nacquero Castroregio e Farneta.

Carlo V e Solimano

Un altro gruppo si insediò a Greci nella provincia di Avellino. Un altro gruppo ancora andò a ripopolare vari casali fatiscenti nella zona di Taranto (San Martino, Roccaforzata). Altri ancora si stabilirono in Sicilia andando ad abitare negli insediamenti fondati dai soldati di Reres nel 1448.

Va segnalato inoltre che, nel 1539, allorquando Erina Castriota (figlia di Ferrante e bisnipote di Scanderbeg), Duchessa di Galatina, sposò Pietro Antonio Sanseverino, Principe di Bisignano, una cospicua parte degli Arbëreshë di Puglia si spostò con la nobile Irene nella terra del consorte, popolando così: Macchia Albanese, San Cosmo Albanese, San Demetrio Corone, San Giorgio Albanese, Spezzano Albanese e Vaccarizzo Albanese.

Nel 1597 la quasi totalità della colonia albanese di Melfi si trasferì a Barile e Ginestra. Analoga emigrazione locale si ebbe nel 1580 da S. Benedetto Ullano a Marri.

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