Già dall'ottocento le gravi condizioni di vita e di lavoro nell'Italia meridionale spinsero molti uomini ad andare via da un territorio che non consentiva loro una decorosa sopravvivenza. Il fenomeno coinvolse profondamente anche gli Arbëreshë, i quali lasciarono gli ambiti territoriali dei loro storici insediamenti per emigrare inizialmente verso i vicini centri urbani, per poi andare aldilà degli oceani e delle Alpi, per emigrare infine verso il nord dell'Italia.


gli isediamenti degli Arbëreshë nella Regione Piemonte

Una popolazione Arbëreshe, dunque, che dopo essersi insediata nel centro e nel sud d'Italia, aveva vissuto e condiviso le vicende del Regno Borbonico prima e dell'unità d'Italia poi. Questa popolazione, dunque, si vide costrette a sradicarsi da quelle aree in cui aveva formato la nuove comunità di appartenenza che in cinque secoli di lontananza dalla madrepatria aveva non solo mantenuto ma, con fatica, fortemente consolidato.

Inizialmente gli Arbëreshë si spostarono in centri quali Palermo, Cosenza, Bari, Lecce, Brindisi, Napoli; in queste città, già dal XV secolo, vi abitavano famiglie Arbëreshe che avevano deciso di spostare lì la propria residenza, dove, per questo motivo, erano sorte chiese di rito bizantino.


Welcome to the land of freedom (Fonte: wikipedia)

Tra il 1861 e il 1970 ci furono le massicce emigrazioni verso i paesi transoceanici, in particolare verso l'America del Nord (Stati Uniti e Canada). In questo periodo l'emigrazione coinvolse complessivamente oltre 27 milioni di italiani, incoraggiati anche dalle autorità le quali ritenevano che l'emigrazione servisse da antidoto alle tensioni sociali.

Anche gli Arbëreshë, principalmente sospinti da ragioni economiche scelsero la via della “speranza” trasferendosi quasi definitivamente in paesi lontanissimi con la consapevolezza che non avrebbero fatto più ritorno nella comunità d'origine.

Le comunità di Arbëreshë emigrate oltre oceano hanno comunque mantenuto un attaccamento con la comunità d'origine e hanno dato vita ad associazioni culturali e a società di mutuo soccorso che esprimono, oltre alla solidarietà di gruppo, anche il bisogno di mantenere la memoria della propria identità sia etnico-culturale che linguistica.

Verso la metà degli anni '70 cessò migrazione all'estero. Negli anni dal 1958 al 1963 si mossero dall'Italia meridionale oltre 1.300.000 italiani. L'ondata migratoria più massiccia investì la città di Torino negli anni tra il 1959 e il 1962. Questa manodopera e a buon mercato giunse sui "treni della speranza" soprattutto dalla Puglia, dalla Calabria e dalla Sicilia.


il treno della speranza

Al loro arrivo nelle città del nord, gli emigranti trovavano impiego soprattutto nell'edilizia; le condizioni di lavoro, all'inizio spesso senza una regolare assunzione, determinarono uno sfruttamento quasi “bestiale”. Poi si passò ad una situazione di relativa stabilità, quando ci fu la chiamata della FIAT (Fabbrica Italiana Automobili Torino) a Torino. Nel 1969 gli immigrati a Torino erano circa 60.000: si trattò di un afflusso improvviso di 15.000 giovani operai meridionali, senza prospettive di lavoro nelle loro regioni d'origine.

Questo fenomeno migratorio interessò circa 10.000 Arbëreshë che andarono a intensificare la grande forza lavoro del cosiddetto “miracolo economico” dell'Italia postbellica. Le famiglie di Arbëreshë, provenienti primcipalmente dalla Calabria e dalla Sicilia, si dislocarono prevalentemente in Provincia di Torino, nella stessa città di Torino con circa 1500 famiglie con oltre 4.000 persone; e nel comune di Chieri, dove vennero registrate 123 famiglie di Arbëreshë con circa 500 residenti; altre famiglie di stanziarono a Leini, a Moncalieri, a Nichelino, a Orbassano, a Poirino, dove giunseto circa 65 famiglie, a Santena e a Susa; mentre nella provincia di Vercelli gli Arbëreshë si insediarono nel comune di Crescentino, con una colonia di venti famiglie provenienti da San Giorgio Albanese.

In tutte queste località gli Arbëreshë hanno mantenuto viva la memoria culturale e religiosa oltre alla lingua arbërisht, la quale si è affievolita soltanto nelle generazioni più giovani a causa dell'assimilazione agli standard di vita e di organizzazione sociale dell'Italia del nord.

Dopo la recente emigrazione dell'Albania negli anni '90, il numero di immigrati Arbëreshë e albanesi è aumentato notevolmente e non ci sono dati precisi sulla loro  consistenza numerica, ma è degno di attenzione il loro impegno teso alla salvaguardia delle proprie tradizioni culturali e linguistiche. Gli Arbëreshë del Piemonte sono vivacemente determinati a non rinunciare alle loro radici e alla tradizione delle loro terre di origine.

A Chieri gli Arbëreshë emigrati dal sud dell'Italia hanno fondato l'associazione “Vatra Arbëreshe”, che rappresenta un punto di riferimento culturale per la comunità degli Arbëreshë di tutto il Piemonte e si propone la salvaguardia, il mantenimento e la valorizzazione dell'arbërisht con iniziative culturali che stimolano l'uso della lingua e promuovono usi, costumi, musiche e danze dei territori di origine.

San Michele Arcangelo
Torino: la chiesa di rito bizantino intitolata a San Michele Arcangelo

Già dal 1965 la numerosa presenza in Piemonte degli Arbëreshë, ha fatto si che ottenessero una chiesa in cui si potesse professare il rito bizantino; questa è la chiesa di San Michele Arcangelo, una parrocchia dell'Eparchia di Lungro, ed è stanziata a Torino, situata in Borgo Nuovo, all'angolo di piazza Cavour con via Giolitti.

La parrocchia conta 14.000 fedeli Arbëreshë. Frequentano recentemente la chiesa anche alcune famiglie greche, slave ed ucraine; si segnalano inoltre alcune presenze di albanesi di recente immigrazione.