Pianiano è un piccolo e antichissimo borgo in provincia di Viterbo a 4 km daCellere, di cui fa territorialmente parte. Scavata nel tufo, fu costruita nel Medioevo col nome di “Castrum Plandiani”.

La storia moderna di Pianiano risale al periodo medievale quando, durante gli scontri per il predominio del territorio dell'alta Tuscia, venne realizzato un primo insediamento fortificato. Tra tutte le famiglie che si contesero il dominio su Pianiano prevalse quella dei Farnese che lo annesse al Ducato di Castro.

Nel cuore di Pianiano sorge ancora oggi la chiesa medievale dedicata a San Sigismondo; al suo interno è conservata una pregevole acquasantiera ornata da tre gigli farnesiani che sottolineano l'appartenenza del borgo alla famiglia dei Farnese e al Ducato di Castro.

Nel XVI secolo Pianiano tornò sotto il dominio della Santa Sede. Comunque, a causa dell'insalubrità dell'aria e delle difficoltà di coltivazione dei terreni, il piccolo borgo si spopolò del tutto nei primi anni del 1700.

Nell'aprile del 1756, un consistente numero di famiglie albanesi di Scutari, precisamente 212 persone fedeli alla religione cattolica, per sfuggire alle persecuzioni religiose da parte del pascià di Scutari, sbarcarono ad Ancona cercando rifugio nello Stato Pontificio. Portavano con loro, come era consuetudine degli albanesi quando abbandonavano il suolo della loro patria, una sacra icona della Madonna. Di questa icona, oggi, non c'è più traccia.

Il papa Benedetto XIV, dopo averli fatti provvedere di tutto il necessario utilizzando il denaro dell'Erario Apostolico, li fece ospitare a Canino (VT) dando ordine al Tesoriere Generale della Reverenda Camera Apostolica di disporre per il loro vitto e di assegnare ai capi famiglia alcuni terreni spopolati esistenti nel territorio di Pianiano.

Vengono elencati i cognomi delle famiglie albanesi che erano presenti a Pianiano dal 1756 (i cognomi tra parentesi indicano le variazioni riscontrate nei vari documenti che riguardano gli Albanesi): Brenca, Cabascio (Cabasci, Kabashi), Calemesi (Calamesi, Calmesi), Calmet (Calumetti), Carucci (Karuci), Codelli, Cola (Kola), Collizsi (Colezzi, Colitzi), Covacci, D'Antonio, Di Marco, Di Pietro (Pietro), Ghega (Ellega), Ghidi, Gini (Gioni, Ghini), Gioca (Giaca Gjoka), Giona (Gjoni), Halla (Ala, Kalà), Kubini, Lescagni, Lindi, Locorezsi (Locorezzi Logoraci, Lugolitzi), Micheli, Mida (Midi), Milani, Nicoli, Natali (Natale), Paci, Pali, Pietro, Preca (Prenca Brenka), Remani (Nemani), Sterbini, Zadrima (Xadrima), Zanco (Zanga).

L'assegnazione del piccolo borgo e dei terreni agli Albanesi evitava che Pianiano andasse in rovina e dava agli Scutarini una casa e dei mezzi per viver. Non fu data però subito attuazione alle disposizioni pontificie e gli Albanesi rimasero a Canino; a ciascun componente delle famiglie furono assegnati cinque baiocchi al giorno per il sostentamento.

Finalmente fu assegnato alla colonia albanese il Castello di Pianiano e le vicine tenute “Banditella” e “Sterpaglie”. Il 29 novembre 1756 il notaio Filippo Boncompagni stipulò l'atto con il quale il Conte Soderini, in nome della Reverenda Camera Apostolica, concedeva in enfiteusi ai capi delle famiglie albanesi, oltre ai terreni, gli attrezzi da lavoro ed il bestiame “In nome della Reverenda Camera Apostolica ha dato e conceduto siccome dà, e concede alli sopraddetti Capi di Famiglia per sè, e suoi numero 42 bovi ara tori, 32 vacche da razza, 20 aratri, 74 accette, 70 ronche, 70 zapponi e 128 zappe come si è detto sopra... cosi ancora tre bestie somarine con loro basto e una cavalla...”.

Evidentemente gli Albanesi incontrarono notevoli ostacoli nella loro nuova patria, sia per le abitazioni che erano in rovina, sia per la lavorazione dei terreni loro concessi in enfiteusi, che erano prevalentemente boscosi e macchiosi. Anche le difficoltà di comprensione di una lingua sconosciuta contribuì notevolmente a scoraggiarli. Fu così che, agli inizi del 1761, tutte le famiglie albanesi abbandonando Pianiano e si trasferirono a Poggio Imperiale, in provinica di Foggia.

Gli affittuari, ritenendo decadute le concessioni fatte agli albanesi, si affrettarono a riprendere possesso dei terreni e, quando le famiglie albanesi (escluse quelle di Simone Gioni, Primo Cola, e Michele Zadrima che rimasero a Poggio Imperiale) fecero ritorno a Pianiano, nacquero delle liti che andarono avanti per lunghi anni.

Nel 1770 ebbero fine le liti per il possesso delle tenute “Banditella” e “Sterpaglie” e fu stipulato l'atto in cui si stabiliva che le famiglie albanesi avrebbero avuto di nuovo i beni dati loro in enfiteusi nel 1757.

Sembrava che finalmente la colonia albanese di Pianiano avesse risolto tutti i suoi problemi; in realtà continuarono i conflitti, sia con gli abitanti di Cellere, sia con i proprietari dei terreni vicini a causa di continui sconfinamenti e di contestazioni per la proprietà.

Nel 1805 a Pianiano si potevano contare solo 15 famiglie di albanesi, e queste, negli anni successivi cominciano a trasferirsi, in massima parte, a Cellere e a Ischia di Castro. Nel 1846, non venne nominato nessuno per coprire il posto vacante di direttore spirituale della colonia e, nel 1847, il Vescovo di Acquapendente, nella sua relazione dopo la visita pastorale, poteva registrare la presenza di tre sole famiglie albanesi: Mida, Codelli e Micheli, che costituivano un piccolo nucleo di venti persone. Tutte le altre famiglie o si erano estinte o si erano trasferite ed imparentate con gli abitanti di Cellere e degli altri paesi vicini.

Oggi a Pianiano degli albanesi non è rimasta che una via a loro intitolata, la Via degli Albanesi che gira intorno alla chiesa, ed una tela "orientaleggiante" nella chiesa parrocchiale di San Sigismondo.