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Tarquinia, in provincia di Viterbo, era una delle città etrusche più importanti e nella sua storia cambiò diverse volte il nome. Il suo nome etrusco era Turchuna, Tarchna o Tarxuna, mentre quello latino era Tarquinii. Nel medioevo, prese il nome di Corneto e, in memoria del mondo antico, nel 1872 venne ribattezzata come Corneto-Tarquinia, mentre dal 1922 prese il solo nome di Tarquinia.

Tarquinia entrò più volte in guerra con Roma e da questa fu infine sottomessa nel 295 a.C. Nel V secolo passò sotto il regno romano-gotico di Teodorico, il Grande, re degli ostrogoti. Nella prima metà del VI secolo si trovò coinvolta nella guerra gotica e nella seconda metà del secolo entrò a far parte del longobardo Ducato di Tuscia. Nella seconda metà dell'VIII secolo fu prima acquisita ai domini carolingi e poi donata al pontefice come parte del neo-costituito Stato della Chiesa.

Probabilmente già a partire dal VI secolo si ebbe l'iniziale graduale spopolamento dell'abitato, che andò accentuandosi in età medievale, per poi completarsi nel tardo medioevo, quando la città antica si era ridotta a poco più di un castello fortificato.

Nel 1144 Corneto divenne libero Comune, stipulando patti commerciali con Genova (nel 1177) e Pisa (nel 1177). Nel XIII secolo resistette all'assedio dell'imperatore Federico II di Svevia. Nel XIII e XIV secolo Corneto si scontrò con le città maggiori, come Viterbo e Roma, che intendevano imporre il loro dominio approfittando della debolezza del potere pontificio. Corneto si oppose anche alle mire della Chiesa, ma la città fu infine ridotta all'obbedienza dal cardinale Egidio Albornoz (1355) e da quel momento, anche se con brevi interruzioni, rimase stabilmente allo Stato Pontificio, condividendone le vicende. 

 Nel 1435 papa Eugenio IV elevò Corneto al rango di civitas e di sede vescovile, come premio ai meriti del cardinale Giovanni Maria Vitelleschi, nativo di Corneto, nel ristabilire il dominio papale sullo Stato della Chiesa.

Gli albanesi di Corneto

Da documenti rinvenuti nell'Archivio Storico del Comune di Tarquinia si hanno notizie della presenza di albanesi a partire dal 1458, quando papa Pio II (al secolo Enea Piccolomini), il 17 settembre, scrive al “diletto figlio nobil uomo conte di Pitigliano” Aldobrandino II che un “certo uomo albanese nella recente estate trascorsa ha incendiato nel territorio cornetano una gran quantità di frumento e poi di aver trovato rifugio, con la fuga, nel tuo castello dove tuttora si trova”.

Nel 1484 andarono ad abitare a Corneto molte famiglie albanesi, per lo più soldati (stradioti) a cui si aggiunsero via via altre famiglie albanesi per sottrarsi alla oppressione ottomana.

Gli statuti di Corneto del 1545 disposero che, a qualunque forestiero volesse accasarsi in città, la comunità doveva assicurare la disponibilità (per quanto non gratuita, si crede) del terreno sufficiente a costruire una casa e a impiantare una vigna, il permesso di possedere dieci vacche e 50 pecore, e l'esenzione fiscale per un decennio.

Il 5 ottobre 1592, Flaminio Delfino, colonnello dell'esercito Pontificio, arrivò a Corneto per ristabilire la società dei militi lancieri del capitano Elia Caputio (anche Caputii, Capuzio) albanese.

Sempre nella stessa data del 5 ottobre del 1592, venne inviato un ordine scritto al colonnello Delfino, relativo alla dislocazione delle truppe pontificie nello Stato della Chiesa. Tra queste dislocazioni compare la Compagnia di Albanesi del Capitano Michele Papada (Papadà) alla quale venne ordinato di andare a prestare servizio nel territorio di Ancona, nelle marine e, quando necessitava, anche in quello di Jesi, per sette scudi al mese.

In una lettera datata 19 novembre della 1592 inviata dalla comunità di Corneto a Teophilo Scauri, Procuratore di Roma, si evince la venuta di una compagnia di soldati albanesi a cavallo del Capitano Elia Caputio i quali, dal momento che erano arrivati, avevano cominciato a mancare di rispetto, cosicchè la comunità chiese un provvedimento per farli allontanare, altrimenti potevano nascere notevoli disordini. Inoltre gli albanesi volevano che la comunità li provvedesse di 40 rubbi d'orzo, il che non era possibile perchè a Corneto non si trovava orzo. Non si accontentavano del fieno che gli dava la comunità, tanto che ne rubavano nei magazzini, non tralasciando quant'altro vi trovavano.

Il declino di Corneto

Nel 1608 Paolo V si rese conto che il declino dell'agricoltura stava consegnando i terreni al pascolo. I provvedimenti adottati di conseguenza, prevedendo facilitazioni alla commercializzazione dei cereali, servirono a incentivare l'agricoltura consentendo a Corneto di mantenere una tenuta demografica per poi riprendersi. Così che a metà dell'ottocento molti si trasferirono e fissarono la loro dimora a Corneto, e questo grazie all'azione combinata delle agevolazioni statutarie, degli incentivi papali, della posizione relativamente felice della città e del suo cospicuo patrimonio edilizio.

L'abitato della Zinghereria

Col passare del tempo gli albanesi di Corneto vennero incorporati nel tessuto sociale. La tradizione di Tarquinia vuole che il quartiere storico, conosciuto come “Zinghereria”, abbia preso il nome dagli albanesi. Dal catasto urbano del 1798 risulta un agglomerato di abitazioni nel terziere di San Martino come “contrada di Zinghereria”, noto in precedenza come il Terziere del Poggio.

L'interpretazione popolare ha sempre confuso gli zingari con gli albanesi. Chi riteneva di conoscere i costumi tradizionali del popolo albanese, pensava che le donne indossavano pantaloni di stoffa assai leggera, stretti alle caviglie, con corpetto e cappello tipici delle zingare, adornati di piccole medaglie metalliche e riccamente decorati di sgargianti ricami. E poichè gli albanesi avevano la consuetudine di conservare le proprie usanze e i propri costumi, le donne albanesi vennero paragonate alle zingare e, di conseguenza, “zinghereria” il rione da loro abitato.

Secondo l'autore Luigi Dasti, nativo di Corneto, afferma che, Corneto-Tarquinia, nel 1878 contava circa 5000 abitanti. Dalla genealogia di Corneto risultano cognomi di origine greca, come  Anastasi e Teofili, e cognomi di origine albanese, come Alessi, Conti, Groppa (Groppi), Luzi (de Lucis).

Bibliografia

Girolamo Allegretti, L'apporto marchiggianao al popolamento di Corneto, Società Tarquiniense d'Arte e Storia, Tarquinia, 1986;

Bruno Blasi, Gli albanesi a Corneto e nel patrimonio di San Pietro in Tuscia, Società Tarquiniense d'Arte e Storia, 1988;

Luigi Dasti, Notizie storiche e archeologiche di Tarquinia e Corneto, Tipografia dell'Opinione, Tarquinia 1878;

Claudio De Dominicis, Genealogie delle famiglie di Corneto (oggi Tarquinia), Roma, 2012;

Franco M. Giampietro, Insediamenti albanesi in Tarquinia, in: Katundi Ynë, Civita, 1982/2;

Polidori Muzio, Le Croniche di Corneto, Società Tarquiniense d'Arte e Storia, Tipografia Ceccarelli di Grotte di Castro, 1977;

M. Ruspantini, Gli statuti della città di Corneto, MDXLV, Tarquinia 1982, cap. XIII del lib. V.

Francesco Valesio, Manoscritto Vallesiano, Archivio della Società Tarquiniense d'Arte e Storia.