ROCCAFORZATA

Roccaforzata è un comune italiano di circa 1 800 abitanti della provincia di Taranto ed è situato sulla collina più alta della Serra di Sant’Elia, un rilievo ad est di Taranto. Il nucleo storico del paese è situato sull’orlo di un precipizio che domina la Serra di Sant’Elia, intorno alla Residenza Fortificata che ne costituisce il monumento più interessante.


veduta aerea di Roccaforzata

Le prime notizie su Roccaforzata risalgono al 1315, quando era conosciuto col nome di Rocca Vecchia, mentre la denominazione attuale risale agli inizi del XIX secolo. L’area della Serra di Sant’Elia è stata abitata dai tempi più antichi. Infatti sono stati trovati reperti archeologici che vanno dalla prima Età del Ferro (IX-XIII secolo a. C.) sino alla fine del III secolo a. C..

Nel 1461 Scanderbeg giunse in Italia per aiutare Ferdinando I d’Aragona, Re di Napoli, contro diversi baroni locali che sostenevano Renato D’Angiò-Valios, pretendente al trono di Napoli. Il 25 agosto dello stesso anno, Scanderbeg giunse in terra d�Otranto dove attaccò i baroni ribelli costringendoli a chiedere la pace. Una volta domati i baroni in rivolta, a molti soldati albanesi fu concesso di insediarsi in molte localita allora quasi disabitate del Regno di Napoli. Nella zona del tarantino, visto l’arrivo massiccio dei soldati albanesi, si ricostruirono diversi casali. Il primo di questi fu Faggiano che, nel 1476 venne occupato dai soldati di Scanderbeg. Nasceva così quella che viene comunemente chiamata l’Albania Tarantina.


la residenza fortificata di Roccaforzata

Nel 1507, il Re Ferdinando I d’Aragona cedette il feudo di Roccaforzata, con il privilegio di farlo ripopolare da suoi connazionali, a Lazzaro Mattes, comandante degli stradioti albanesi al servizio del Regno di Napoli.

Nel 1534 giunsero a Roccaforzata alcune famiglie di profughi greco-albanesi provenienti dalla Morea e, più precisamente da Corone. La popolazione di Corone era in maggioranza greca, ma esisteva una consistente minoranza albanese che la gente del posto chiamava "Arvaniti", i quali, in questa località, avevano trovato rifugio dopo essere fuggiti dall’Albania prima dell’arrivo degli Ottomani.

Il governo napoletano aveva fatto giungere nel Regno di Napoli le famiglie greco-albanesi di Corone che preferivano trovare una nuova casa nelle province del sud d’Italia. Circa 2.000 persone furono trasportate fino alle coste del Regno. A Napoli l’imperatore Carlo V affidò al capitano Lazzaro Mathes, l’incarico sistemare i profughi Coronei, costruendo nuovi casali o insediandoli in quelli esistenti. Diverse famiglie di Coronei venne sistemata a Roccaforzata, feudo di Roccaforzata, andando ad incrementare il numero degli arbëreshë già residenti.


la chiesa matrice di Roccaforzata

Alla morte di Lazzaro Mattes gli successe il figlio Giovannangelo che, oberato dai debiti, nel 1549 fu costretto da Giulio Cesare Brancaccio, suo creditore, a vendere il casale di Roccaforzata a Fabrizio Carafa che a sua volta lo rivendette nello stesso anno a Gabriele Scorna, a cui successe nel 1559 il figlio Scipione.

Nel 1561 Scipione Scorna vendette il casale di Roccaforzata a Geronimo Forza. Nel 1612 il cassale fu ceduto a Niccolò Renesi, capitano degli stradioti al servizio della Repubblica di Venezia che si era ritirato a Napoli. Successe a questo nel 1617 il nipote Busicchio che nel 1656 cede il feudo alla nipote Giustina Renesi.

Giustina Renesi morì senza figli nel dicembre 1679, lasciando in eredità il feudo al nipote Domenico Ungaro. A lui successero Vincenzo e Mario Ungaro, il quale vendè il casal e di Roccaforzata a Domenico Chiurla. La famiglia Chiurla mantenne il feudo sino al 1804, quando il regime feudale fu dichiarato estinto.

Intanto gli arb�resh�, che inizialmente non andavano d’accordo con gli abitanti latini, a poco a poco si imparentarono con questi ultimi, i quali si abituarono talmente agli usi e ai costumi degli albanesi che, quando morì il loro parroco, ne abbracciarono anche il rito bizantino.

La chiesa più importante degli albanesi era intitolata alla Santissima Trinità ed aveva la sua abside e l’iconostasi. Meno importante era l’altra parrocchia, situata in mezzo al paese. Nel XVI secolo Pietro Brancaccio, Arcivescovo di Taranto, soppresse la seconda chiesa, ed esortò gli albanesi a smettere il rito bizantino ed abbracciare il rito latino, ma inutilmente, perchè gli albanesi rimasero fedelmente attaccati alle tradizioni sino a tutto il secolo seguente. Solo all’inizio del XVIII secolo il rito bizantino cominciò a cedere terreno per le continue insistenze dei prelati tarantini. Poi, con il passare del tempo gli albanesi dimenticarono anche la lingua dei loro padri.

Il casale di Mennano e il Santuario della Madonna della Camera

A circa 1,5 km a sud-est di Roccaforzata vi sono i ruderi dell’antico casale di Mennano che probabilmente faceva parte dei possedimenti di Giovanni Antonio Orsini del Balzo, Principe di Taranto e capo dei baroni in rivolta contro il Re di Napoli Ferrante I d’Aragona. Nel 1461 i soldati Albanesi guidati da Scanderbeg devastarono il territorio, costringendo, tra l’altro, gli abitanti ad abbandonare il casale di Mennano che fu incamerato nei possedimenti del Re.


ruderi del casale di Mennano e del vicino frantoio del 1840

Non si sa con precisione quando gli arbëreshë si insediarono nell’abbandonato casale di Mennano, ma ciò probabilmente avvenne dopo il 1507, quando il Re Ferdinando III d’Aragona concesse dei privilegi per far ripopolare dagli arbëreshë parecchi casali abbandonati. Oggi del casale di Mennano non rimangono che pochi ruderi.


ruderi del casale di Mennano

Adiacente ai ruderi del casale di Mennano, vi è il piccolo Santuario della Madonna della Camera dove gli arbëreshë si recavano per assistere alle funzioni religiose nel rito bizantino. Nel XVI secolo la parrocchia greca venne sostituita da una parrocchia latina. Oggi il santuario, intorno al quale si narrano diverse leggende, è oggetto di particolare devozione da parte dei cittadini di Roccaforzata e dei paesi vicini.

La prima leggenda sul santuario narra che, al tempo della guerra (1459-1462) tra Giovanni Antonio Orsini del Balzo, ultimo Principe di Taranto, e il Re di Napoli Ferdinando d’Aragona, molte chiese e interi casali furono saccheggiati e distrutti dalle truppe albanesi di Scanderbeg giunte in soccorso del re di Napoli ma, dinnanzi alla chiesa di Santa Maria della Camera, quando un capitano albanese ordinò che si abbattesse la porta, quella resistette.

l’ingresso principale del Santuario

Turbato, il capitano allontanò la milizia, bussò dolcemente e subito la porta si schiuse. All’interno, ai piedi della Madonna col Bambino dipinta sulla parete, trovò contadini oranti e fanciulle impaurite. Commosso dalla scena, il capitano si fece il segno della croce e ordinò ai suoi uomini che si apprestavano a distruggere la chiesetta, di dirigersi verso il mare. In tal modo sia il santuario che il vicino casale di Mennano furono salvi.

La seconda leggenda narra che durante l’invasione ottomana nel XVI secolo (probabilmente nel 1594), i pochi abitanti di Roccaforzata e Monteparano, si rifugiarono terrorizzati nel santuario, l’unico luogo sicuro; gli ottomani sfondarono la porta della chiesa, ma furono accecati da una luce fortissima irradiata dagli occhi della Madonna affrescata sull’altare. Probabilmente in seguito a questo intervento miracoloso della Madonna, ebbe inizio la vita del santuario.


l’interno del Santuario

Inoltre si narra di una contesa sorta tra gli abitanti di Roccaforzata e quelli di Monteparano, a causa di un mancato accordo circa l’appartenenza della chiesa della Madonna della Camera. Si stabilì che sarebbe stata la Vergine a indicare a quale casale appartenere. Dall’orientamento dello sguardo della Madonna all’indomani di questa risoluzione, si sarebbe giunti ad una soluzione. Poiché lo sguardo era rivolto verso Roccaforzata si comprese che la Vergine aveva scelto in favore di quel casale.

Quella che allora era la Cappella di Santa Maria della Camera è datata 1462 ed è costruita secondo l’architettura bizantina, cioè secondo i punti cardinali est-ovest, con l’altare ad est e l’ingesso a ovest. La chiesa era poi in comunicazione con l’antica cappella del XIII secolo dove dimorarono per secoli i calogeri. Della cappella, oggi, si vede solo l’abside.


la Madonna della Camera

Quando gli arbëreshë officiavano secondo il rito bizantino, durante la quinta festa dopo Pasqua (Pentecoste), questi convenivano dai vicini casali tarantini, per festeggiare la solennità della Madonna. Poi, quando Monsignor Lelio Brancaccio, dopo la sua visita pastorale nel 1578, decretò che si celebrasse con il solo rito latino, gli arbëreshë iniziarono a disertare il santuario.

Oggi al Santuario viene celebrata la Santa Messa ogni primo sabato del mese alle ore 9.30, mentre i festeggiamenti della Madonna si tengono il primo giovedì dopo Pasqua con processione, luminarie e fuochi d’artificio.