Barile (in lingua arbëreshe: Barilli) è un paese arbëreshë in provincia di Potenza, in Basilicata. Il paese, situato nel Vulture confina con Rionero in Vulture, Ginestra, Rapolla, Ripacandida e Venosa.

Il casale di Barile esisteva già all’inizio del XIV secolo; infatti un documento del 1332 parla dei casali di Barile e di Rionero in Vulture, ma il casale fu realmente fondato e crebbe dal XIV al XVII secolo dopo l’arrivo degli arbëreshë, che giunsero sul posto in quattro differenti momenti.

I primi Arbëreshë a giungere a Barile, provenivano da Scutari, dopo che era caduta in mano agli ottomani nel 1479. Molti Scutarini, lasciarono la loro terra e a bordo di navi veneziane e napoletane, raggiunsero l’Italia, dove ricevettero dai feudatari locali terre e diritti civili in aree scarsamente popolate. Quasi tutti si trasferirono nel Regno di Napoli, soprattutto a Barile, Ginestra, Maschito e Melfi dove ripopolarono i villaggi abbandonati e devastati dal terremoto.

Intorno al 1534 giunsero altri Arbëreshë, provenienti da Corone della Morea. La popolazione di Corone era in maggioranza greca, ma esisteva una consistente minoranza albanese che la gente del posto chiamava “Arvaniti”, i quali, in questa località, avevano trovato rifugio dopo essere fuggiti dall’Albania prima dell’arrivo degli Ottomani.


la fontana dello steccato

Corone era stata sotto il dominio della Repubblica di Venezia fino al 1460, quando fu abbandonata causa della impossibile difesa dagli Ottomani, che avevano conquistato quasi completamente la Morea.

Nel settembre del 1532 la flotta dell’Ammiraglio genovese Andrea Doria prese il mare per conquistare le città greche di Corone, Modone, Nauplia e Patrasso. All’arrivo di Andrea Doria di fronte a Corone, i Coronei gli offrirono la loro cooperazione, grazie alla quale, dopo tre giorni di assedio, Andrea Doria entrò vittoriosamente nella città.

Nel 1534, con un trattato di pace tra l’Imperatore Carlo V e il Sultano Solimano, la città di Corone venne lasciata agli Ottomani; una delle condizioni era che i cittadini di Corone che volevano lasciare la città potevano essere imbarcati sulle navi inviate da Carlo V e trovare rifugio in Italia.


Barile: parco urbano delle cantine

Il governo napoletano noleggiò diverse navi mercantili sulle quali furono imbarcate le famiglie greche e albanesi (Arvaniti) di Corone che preferivano trovare una nuova casa nelle province del sud d’Italia. Circa 2.000 persone furono trasportate fino alle coste del Regno di Napoli.

A Napoli l’Imperatore Carlo V affidò al capitano degli stradioti Lazzaro Mathes l’incarico sistemare i profughi Coronei, costruendo nuovi casali o insediandoli in quelli esistenti. Così che vennero fondati o reinsediati diversi paesi e, tra questi, in provincia di Potenza: Barile, Brindisi Montagna, Ginestra, Maschito, Melfi, San Costantino Albanese, San Paolo Albanese e San Giorgio Lucano. A Barile i Coronei si stanziarono sulla stessa collina scelta dagli Arbëreshë che erano giunti in precedenza da Scutari.


le bambine di Barile sfilano per il tradizionale battesimo delle bambole

Nel 1597 giunsero a Barile ancora 30 famiglie di Coronei che in precedenza si erano stanziate a Melfi, scacciate da quella città a causa delle numerose ostilità con la popolazione locale. Infine nell’anno 1667 si ebbe un’ultima migrazione; infatti l a popolazione di Maina della Morea, dopo una ribellione ferocemente domata dagli ottomani, fuggì via mare e, il 16 giugno 1647, sbarcò a Otranto, per poi raggiungere Barile.

Barile ha mantenuto il rito bizantino fino al 1627, quando il vescovo di Melfi, Diodato Scaglia, abolì il rio bizantino e indusse gli arbëreshë all’osservanza del rito latino. Conserva comunque ancora oggi la lingua e le tradizioni arbëreshe d’origine. I cognomi di origine albanese più diffusi sono: Barbaro, Belluscio, Botte, Cappa, Carnevale, Caselle, Croce, Fusco, Giuliano, Mazzeo, Mecca, Nastasia, Pascente, Pasternoster, Rabesco, Saracino, Schirò, Sciaraffa, Solazzo, Zambelli.

La Sacra Rappresentazione del Venerdì Santo

Barile ogni anno, nel giorno del Venerdì Santo, rievoca il calvario e la morte di Gesù Cristo. Per le strade del paese si snoda per quattro ore una processione devozionale che coinvolge 126 persone divise in 25 gruppi di personaggi.

Ad aprire il corteo vi sono tre centurioni a cavallo e tre bambine vestite di bianco simboleggianti le tre Marie; dietro di loro una ragazza, in abito nero, porta uno stendardo recante i segni della Passione di Cristo; seguono 33 ragazze vestite di viola, a ricordo degli anni di Gesù al momento della morte.

Sfilano poi i figuranti, che impersonano i protagonisti della Via Crucis, Gesù, i sacerdoti e le pie donne, i Farisei, la Madonna e gli apostoli. Sfilano contemporaneamente anche dei personaggi estranei alla Via Crucis, come la “Zingara”, accanto alla “Zingarella”, e il “Moro” con il “Moretto”.

La processione si chiude con le statue del Cristo Morto e dell'Addolorata, precedute dal sacerdote che invita i fedeli alla preghiera ed alla meditazione dei misteri.

In questa rievocazione è l'oro a rappresentare la parte più importante; i simboli e le vesti dei figuranti sono ricoperti d'oro, tanto che i personaggi sembrano più statue dell'arte bizantina che persone in carne ed ossa. Le croci e gli abiti delle tre Marie, le braccia della Veronica, le dita dei sacerdoti del Sinedrio sono coperti d'oro. Sono ricoperti d'oro anche la Zingara, la Zingarella, il Moro e il Moretto, i quali, rappresentando il male, ostentano indifferenza e allegria nel clima generale di tragedia.

La Zingara, che secondo la tradizione ha acquistato i chiodi per la crocifissione, solitamente è una bella e prosperosa donna bruna che durante il corteo ride sfacciatamente, ancheggia davanti all'Ecce Homo insanguinato e regala alla gente ceci e confetti che porta in un cestino rosso in cui si notano i chiodi della crocifissione. Zingara e Moro, altro personaggio rappresentativo del male, sono fra i pochi personaggi che si muovono nel corso della processione, ostentando indifferenza e persino allegria nel generale clima di tragedia.