Maschito (in lingua arbëreshe: Mashqiti) è un comune italiano della provincia di Potenza. Il paese sorge in una zona collinare del Vulture prevalentemente impiegata per la coltivazione di ulivi e grano; ma la coltivazione più importante è quella della vite da vino, dalla quale si produce l’Aglianico DOC. Oltre che nell’agricoltura, buona parte della popolazione è occupata nell’industria automobilistica a Melfi.

Maschito era stata in epoca romana una fortezza militare, ma dopo un terremoto nel XIV secolo il paese fu abbandonato. Il paese si ripopolò nel 1479, dopo la conquista Kruja e di Scutari da parte degli ottomani. Infatti molti albanesi furono costretti a fuggire con l’aiuto della Repubblica di Venezia e del Regno di Napoli che misero a loro disposizione le navi necessarie. Molti di loro si trasferirono nel Regno di Napoli, e soprattutto a Barile, Ginestra, Maschito e Melfi dove ripopolarono quei paesi abbandonati dopo il terremoto.

Nel 1534 giunse a Barile, Ginestra, Maschito e Melfi un consistente gruppo di profughi greco-albanesi provenienti dalla Morea e, più precisamente dalle città di Corone, Modone, Nauplia e Patrasso. La popolazione di Corone era in maggioranza greca, ma esisteva una consistente minoranza albanese che la gente del posto chiamava “Arvaniti” ed era in questa località che avevano trovato rifugio un gran numero di albanesi fuggiti dall’Albania prima dell’arrivo degli Ottomani.

Col trattato di pace tra Carlo V e il sultano Solimano I, firmato a Costantinopoli nel 1533, la piazzaforte di Corone veniva consegnata ai turchi a condizione che gli abitanti, disposti a lasciare la città, si imbarcassero su di una flotta e si rifugiassero in Italia.


la Chiesa Madre di Sant’Elia Profeta

Imbarcati su navi veneziane e napoletane, i profughi greco-albanesi raggiunsero Napoli, dove l’Imperatore Carlo V diede il permesso a Lazzaro Mathes, capitano stradiota, di costruite nel Regno di Napoli nuovi casali o ripopolare quelli abbandonati. Così che vennero fondati o rifondati diversi paesi tra i quali, nel Vulture: Barile, Ginestra, Maschito e Melfi.

Il 16 giugno 1647 un numero significativo di cittadini della penisola di Maina nella Morea sbarcò a Otranto. La maggior parte dei profughi si stabilì nel Vulture e, più precisamente a Barile, Ginestra, Maschito e Melfi.


alcune immagini del centro storico

Il rito bizantino fu professato a Maschito sino al 1628 quando il Diodato Scaglia, Vescovo di Melfi, lo proibì prima nelle comunità greco-albanesi di Maschito e di Ginestra e, molto più tardi, anche a Barile. Ancora la devozione per Sant’Elia Profeta, di chiara ed inconfutabile matrice orientale, legano Maschito all’etnia dei suoi antenati. La cittadina conserva ancora oggi la lingua e le usanze arbëreshe d’origine. I cognomi di origine greco-albanese più diffusi sono: Barbano, Bochicchio, Ciesco, Gilio, Greco, Guida, Lo Russo, Martino, Mecca, Musacchio, Pace, Volpe.

Gli edifici religiosi

Numerose erano le chiese erette a Maschito, anche di rito bizantino e con liturgia professata in lingua greca sino al 1628. Originariamente erano una quindicina, ma oggi ne sono sopravvissute solo tre: la Chiesa Madre di Sant’Elia Profeta, quella del Purgatorio o della Madonna del Rosario e quella della Madonna del Caroseno.


chiesa della Madonna del Caroseno
affresco della Madonna col Bambino

La Chiesa Madre di Sant’Elia Profeta, Patrono di Maschito, fù edificata nel 1698 ad opera degli arbëreshë di Maschito; ha un’unica navata decorata in stucco. Contiene due tele ad olio del ’500 e il quadro della “Madonna dei sette veli”, ritenuto miracoloso e perciò assai venerato. La chiesa è impreziosita anche da decorazioni e pitture a stucco di Domenico Pennino e due grandi quadri attribuiti a Giovanni Battista Caracciolo di Napoli (1570-1637).

La Chiesa del Purgatorio o della Madonna del Rosario, della quale si ignora la data di costruzione, conserva un artistico quadro della Madonna di Costantinopoli, proveniente dall’omonima cappella andata in rovina. Conserva inoltre le reliquie di Fratello Rosario Adduca, un servo di Dio originario di Maschito.

La chiesa della Madonna del Caroseno, costruita dai Greci Albanesi di Corone, preserva un pregevolissimo affresco della Madonna col Bambino (1558) venuto alla luce durante alcuni lavori di restauro della chiesa (1930).

I palazzi storici, le fontane e i fontanili

Tra gli stretti e attraenti vicoletti di Maschito si scoprono gli angoli più suggestivi del paese arbëreshë, nel quale palazzi storici e fontane Maschito sono patrimonio di interesse storico e artistico.


la Fontana Skanderbeg

Tra i palazzi storici, databili tra la fine del ’700 e la prima metà del ’900, si distinguono Palazzo Manes-Rossi, Palazzo Adduca, Palazzo Giura e Palazzo Cariati, dal portale classicheggiante a colonne doriche, e poi ancora Palazzo Dinella, Palazzo De Martinis, Palazzo Tufarolo, Palazzo Nardozza, Casa Scranna.

A Maschito era in uso erigere fontane monumentali ad onore e gloria dei capi della comunità. Cosi che possiamo ammirare in via Venosa la Fontana Carrozz, la Fontana Boico e la Fontana Cangad; inoltre, situata nella Contrada della Noce, possiamo vedere la Fontana della Noce. Infine, in via Croia, troviamo la Fontana Skanderbeg, eretta nel 1879 ad opera dei cittadini.

La Retenés

Il ricordo dell’ondata di popoli albanesi giunta a Maschito predomina nelle tradizioni e in alcuni eventi di punta del paese come accade in occasione della “Retnés”, una rievocazione storica in costume arbëresh.

La manifestazione si celebra il 6 e 7 agosto di ogni anno; ottanta figuranti, suddivisi in due schieramenti, ripropongono gli scontri tra le principali etnie fondatrici di Maschito: i Greci di Corone (Majzor) e gli Albanesi di Scutari (Qëndërnjan).

In armi e abiti del ’500 realizzati da artigiani del posto, tra i personaggi salienti della rievocazione spiccano Lazzaro Mathes, nobile capitano di ventura, e i suoi militi “stradioti”.