Melfi è un comune della provincia di Potenza, in Basilicata e si colloca alla base del Monte Vulture. Costituita da un centro storico di aspetto complessivamente medievale, la città è diventata un importante centro industriale. Il polo industriale di San Nicola di Melfi ospita il più avanzato stabilimento automobilistico del gruppo FCA in Italia.

La fondazione di Melfi è di ignota datazione, ma esiste una teoria che ne data la fondazione ai primi anni dell’XI secolo, ad opera del generale bizantino Basilio Boioannes, ma fu con l’avvento dei Normanni che iniziò ad assumere un ruolo fondamentale. Nel 1042 Guglielmo d’Altavilla, chiamato anche Guglielmo Braccio di Ferro, ottenne da Guaimario IV, Principe di Salerno, il titolo di Conte di Puglia e il riconoscimento della conquista di Melfi, diventando in cambio suo vassallo.

A Melfi, tra il 1059 e il 1137, si tennero cinque differenti concili. Nel primo, del 1059, il papa Niccolò II nominò il normanno Roberto il Guiscardo Duca di Puglia e Calabria; in tale circostanza Melfi divenne la Capitale del Ducato. Tra il 1067 e il 1137 a Melfi furono celebrati diversi concili; fu nel corso del concilio del 1089, che il papa Urbano II indisse la Prima Crociata in Terra Santa.

Nel 1198 ai normanni si sostituirono gli svevi di Federico II, il quale scelse la città di Melfi come residenza estiva. Fu nel castello della città che promulgò le Costituzioni di Melfi (o Constitutiones Augustales), un codice unico di leggi per l'intero regno di Sicilia. Nel 1266 agli Svevi succedettero gli Angioini, e con loro iniziò il declino di Melfi. Poi, nel 1442, gli Angioini vennero spodestati dagli Aragonesi, che divennero i nuovi dominatori di Melfi.

Nel 1479, dopo la conquista di Scutari da parte degli ottomani, molti albanesi lasciarono la loro terra su navi veneziane e napoletane. Quasi tutti furono trasportati nel Regno di Napoli, e molti di loro vennero indirizzati a Barile, Ginestra, Maschito e Melfi per ripopolare quei paesi che erano stati abbandonati perché devastati dal terremoto del 1456.

Infatti, durante la notte tra il 4 e il 5 dicembre 1456, uno tra i più forti ed estesi terremoti di quel tempo aveva colpito l’Appennino centrale e tutto il sud della penisola italiana. Erano morte 70.000 persone e la popolazione si era dimezzata in oltre 90 centri abitati; inoltre molti paesi erano stati completamente rasi al suolo ed erano stati abbandonati dagli abitanti.


cinta muraria e borgo antico

Nel 1528 un esercito francese guidato da Pietro Navarro e Odet de Foix causò uno degli avvenimenti più truculenti della storia della città. Infatti, tra il 22 e il 23 marzo, avvenne il cosiddetto assedio di Melfi, passato alla storia come “Pasqua di Sangue” (anche “Sacco di Melfi”), ove la città venne saccheggiata, bruciata e gran parte della popolazione venne trucidata. Poi i francesi vennero sgominati dal Re di Spagna e Imperatore Carlo V, che riconquistò Melfi nel 1531, ma la città, ormai ridotta in macerie, fu abbandonata per mesi.

Con l'emissione di due editti da parte dell’Imperatore, alla città di Melfi venne conferito il titolo di “fedelissima” e venne esentata dal pagamento dei tributi per 12 anni; inoltre l’Imperatore invitava le persone degli abitati limitrofi a ripopolare la città.


tra i vicoli del centro storico

Oltre agli abitanti dei villaggi vicini, nel 1534 giunsero a Melfi 30 famiglie di profughi greco-albanesi provenienti dalla Morea, più precisamente dalle città di Corone, Modone, Nauplia e Patrasso. La popolazione di Corone era in maggioranza greca, ma esisteva una consistente minoranza albanese che la gente del posto chiamava “Arvaniti” ed era a Corone che avevano trovato rifugio un gran numero di albanesi fuggiti dall’Albania prima dell'arrivo degli Ottomani.

Imbarcati su navi veneziane e napoletane, i profughi greco-albanesi raggiunsero Napoli, dove l’Imperatore Carlo V diede il permesso a Lazzaro Mathes, capitano stradiota, di costruite nel regno di Napoli nuovi casali o ripopolarne di abbandonati. Così che vennero fondati o rifondati diversi paesi tra i quali, nel Vulture: Barile, Ginestra, Maschito e Melfi.


la cattedrale di Santa Maria Assunta e e il palazzo vescovile

Ai Coronei venne assegnata una porzione degli orti di Melfi non ancora edificata compresa tra il palazzo vescovile e il convento di San Francesco, chiamata “La Terra Nova”. Era un quadrilatero abbastanza regolare, racchiuso tra le attuali Via Remo Righetti, Corso Garibaldi, Viale Re Ruggero e Via Sant’Antolino. Quest’ultima via prendeva il nome dall’omonima chiesa e si chiudeva con la porta orientale sulla nuova estensione perimetrale delle mura, all’incrocio tra Viale Re Ruggero e Via Sant’Antolino.

Il quartiere prese il nome di Chiucchiari, dal nome del capitano Kiukkieri che aveva guidato i Coronei fin lì. Ancora oggi uno dei vicoli principali di questo rione si chiama Vico Albanese.

Nel 1597 sorsero forti contrasti con il resto della popolazione cosicché i Coronei furono costretti a lasciare Melfi per trasferirsi ai vicini paesi di Barile e Ginestra. Successivamente il quartiere albanese venne abitato da una ricca borghesia mercantile di origine lombarda.

La Chiesa di Santa Maria ad Nives

Tra il 1568 e il 1570 soggiornò a Melfi l'abate Georgino Lapazzaia, di origini Albanesi. Egli era un sacerdote del Capitolo Cattedrale di Monopoli e in passato aveva ricoperto l'incarico di Protonotaio Apostolico e cappellano della Corte Pontificia; egli era anche matematico illustre e aveva fondato una scuola a Napoli dove aveva pubblicato il volume “opera di Aritmetica e Geometria”.

Non sappiamo con sicurezza quale ruolo Georgino Lapazzaia ebbe a Melfi né se vi avesse avuto qualche parente, certo è che il suo affetto per i suoi compatrioti e la sua devozione alla Madonna lo spinse ad edificare a Melfi una Chiesa che divenne punto di ritrovo e di consolazione per i Coronei.

La Chiesa di cui parliamo è quella di di Santa Maria ad Nives, situata in Via Ronca Battista 41, e riporta nell’iscrizione posta sopra l’architrave della porta d’ingresso “Questa ecclesia ha edificato messer Georgino Lapazzaia, albanese, dalle pedamenta nel 1570“.

La chiesta è molto semplice: esternamente un edificio molto logorato dal tempo, la facciata è quella che più frequentemente s’incontra nelle chiese di paese in questo territorio; ma nel suo interno, per quanto resti l’essenzialità, mantiene una sua dignità grazie all’abside dedicato al culto mariano e in alcuni elementi decorativi delle pareti.

La chiesa si trova in pieno centro ed in essa si svolgono due manifestazioni molto importanti nel corso dell’anno: quella dello Spirito Santo (Pentecoste) e quella della distribuzione delle “panedduzze” (piccoli pani simbolo di prosperità e pace) senza lievito (simbolo di corruzione e alterigia).

Le Panedduzze

Ogni anno, durante la ricorrenza solenne dell’Immacolata Concezione, nella Chiesa di Santa Maria ad Nives, avviene la benedizione delle “panedduzze”, piccoli pani azzimi che i contadini sono soliti spargere nei campi, dove si è da poco effettuata la semina, implorando la protezione di Dio sui campi attraverso l'intercessione dell'Immacolata.

Pare che tale usanza sia stata introdotta nella suddetta chiesa dai Coronei. Infatti per la loro presenza, la Solenne Divina Liturgia veniva celebrata con il Rito Bizantino nel quale vi è l’Antidhoron, cioè la distribuzione del pane azzimo benedetto che non è stato impiegato per l’Eucaristia.

Il giorno dell’Immacolata, alla Messa del mattino, le “panedduzze” venivano benedette e distribuite ai fedeli affinché fossero consumate o sparse nei campi in segno di benedizione.

Così questo pane semplice perché privo di lievito, che nel libro della Bibbia è sinonimo di peccato, nel tempo è stato accostato alla figura di Maria Immacolata, diventando nello stesso tempo atto di devozione alla Madonna e segno di ringraziamento per i frutti della terra già raccolti e preghiera di affidamento per la prossima annata agricola.

Quando i Coronei si trasferirono a Barile e a Ginestra, la Chiesa di Santa Maria ad Nives passò al Rito Latino e cominciò ad essere frequentata dagli abitanti del rione i quali, nel corso del 1600, diedero vita alla “Confraternita di Santa Maria ad Nives”. Un secolo più tardi, nel registro dei Confratelli troviamo che una certa “Maria Giuseppa Cignarale ...per aver macinato il grano per le panellucce della Madonna in ogni anno si è associata per sorella a di 2 febbraio 1867”.

Ancora oggi la Confraternita di Santa Maria ad Nives incarica un gruppo di Confratelli di effettuare una questua nel paese ed il grano offerto dai devoti viene macinato e panificato per rinnovare l’antica usanza delle “panedduzze”.