Amato (in lingua arbëreshe: Amàtu) è un comune della provincia di Catanzaro in Calabria. Il paese, situato in una parte centrale della regione, è posto geograficamente tra il Comune di Serrastretta e quello di Miglierina ed è equidistante da Catanzaro e Lamezia Terme. La popolazione è attualmente di circa 1000 abitanti e, come gli altri paesi del circondario, ha subito la piaga dell’emigrazione.

La storia di Amato

Amato ha origini che risalgono ai Pelasgi (popoli precursori dei Greci) che si insediarono nel Golfo di Sant’Eufemia, fondando Lametia (oggi Lamezia Terme), il cui nome le deriva dal fiume Lamato. Da Lametia i Pelasgi si diffusero sui promontori che dominavano la valle del fiume Lamato, fondando la città che chiamarono “Lameto”, successivamente “Lamato” e nella definitiva denominazione “Amato”.

Tra il IX e l’XI secolo, con la presenza dei Normanni, il territorio circostante fu fortificato con i castelli tra Nicastro, Feroleto, Maida e naturalmente anche di Amato. Risalgono al 1060 i primi cenni storici su Amato, che descrivono il feudo come disabitato.

Nel 1100 circa il feudo apparteneva ad un cugino della regina Costanza d’Altavilla, mentre le prime notizie certe si hanno nel 1362, quando i Ruffo di Calabria cedettero la baronia di Amato ai Rodio che poi, a loro volta, così avveniva allora, la vendettero ai Marchesi Susanna di Catanzaro, dai quali passò poi ai Rocca. Verso il 1550 il feudo fu acquistato da Antonio Donato Mottola, Barone di Joppolo, Coccorino e Monterosso. I Mottola detennero il paese sotto la loro giurisdizione fino al 1811, quando l’Italia, sotto la Repubblica francese di Napoleone, abolì il feudalesimo.

La presenza degli Albanesi

Nel 1468, con la morte di Scanderbeg, la Lega di Lezha (Alessio) cominciò a disgregarsi, nonostante gli Albanesi del nord, appoggiati dai veneziani, proseguissero la lotta agli Ottomani. Con la caduta di Kruja nel 1478 e della città veneziana di Scutari nel 1479, ebbe fine la ribellione degli albanesi e la definitiva sottomissione dell’Albania all’Impero Ottomano.

Già un consistente numero di albanesi al seguito del tredicenne Giovanni, figlio di Scanderbeg, era fuggito in Puglia subito dopo la morte di Scanderbeg, ma certamente il grosso delle immigrazioni si ebbe dopo la caduta di kruja, ossia dopo il 1478, ed è a tale periodo che bisogna far risalire la fondazione di quasi tutti i paesi albanesi del Regno di Napoli e di quello di Sicilia, compresa la fondazione di Amato.

Tra questi fuggiaschi albanesi è probabile che ci fossero molti di coloro che avevano combattuto contro i Turchi e che meno degli altri si rassegnavano a vivere sotto questi padroni, oppure che temevano per la loro vita proprio per aver militato nelle truppe di Scanderbeg. Forse anche per questo, in tutti i paesi albanesi della Calabria, il mito di Scanderbeg è stato tramandato attraverso canti e racconti orali, con tanta forza.


la fontana dei Greci

Pochi anni dopo, approfittando della nascita in Italia delle prime colonie Albanesi, diversi gruppi abbandonarono l’Albania per venire a vivere in Italia, sperando di trovare condizioni di vita migliori. Con loro vennero fondate nuove colonie o reinsediate località spopolate. Così in provincia di Catanzaro nacquero Curinga e Marcedusa, mentre in provincia di Crotone nacquero Belvedere di Spinello, Casabona, Zagarise e Zinga.

Gli Albanesi si sarebbero insediati in contrada “Piani d’Amato”, su un precedente insediamento abbandonato, nei pressi della confluenza del torrente Cancello col fiume Amato. Per quasi due secoli ad Amato si è parlato solo albanese e i riti liturgici, le usanze e i costumi erano simili a quelli del loro paese di origine.

Dalle prime numerazioni di fuochi di Amato, conservate nell'Archivio di Stato di Napoli, portano esclusivamente tassazioni albanesi. Infatti nel 1530 Amato venne calcolato per 19 fuochi albanesi e nel 1562 venne calcolato per 11 fuochi albanesi.

Ma col passare del tempo, come accadeva nelle aree circostanti, la popolazione albanese fu espulsa e dopo alcune generazioni, i “latini” divennero la maggioranza. A partire dal XVIII secolo, iniziò un inarrestabile processo di assimilazione; gli Albanesi, che avevano già perso il rito bizantino, persero poi poi la loro cultura e la loro lingua e, alla fine, abbandonarono il paese, lasciando poche tracce della loro permanenza.

Sappiamo che in in contrada “Piani d’Amato” ci sono dei ruderi dell’antico stanziamento Albanese; da questi possiamo osservare la struttura architettonica delle case che erano basse, formate da materiale deperibile, quale paglia e fango. Resta a loro testimonianza anche una fontana, chiamata “dei Greci“ a ricordo della loro permanenza.

Ad Amato è interessante da visitare la chiesa parrocchiale dell’Immacolata, edificata dai primi coloni albanesi. La costruzione della chiesa risale al 1500, l’attuale aspetto architettonico è il risultato di successivi rimaneggiamenti per la maggior parte risalenti al 1700.