Carfizzi (in lingua arbëreshe: Karfici) è un comune della provincia di Crotone, in Calabria. Situato su un promontorio a 450 m s.l.m., si trova 20 km dalla costa jonica e a 50 km dall’altopiano della Sila.

Il territorio del Comune si estende tra quelli dei Comuni di Cirò, Melissa, Pallagorio, San Nicola dell’Alto, Umbriatico. Il paese conta una popolazione di circa 1500 abitanti, oltre a quanti sono emigrati all’estero e nell’Italia settentrionale.

La storia di Carfizzi

Carfizzi fu fondato dagli abitanti dei tre villaggi di Santa Venera, Trivio e Carfidi, che abbandonarono intorno al 1530 in quanto erano oggetto di continui attacchi da parte dei saraceni che in quel periodo imperversano lungo le coste calabresi. Il luogo dove nacque il nuovo casale faceva parte del feudo dipendente dalla famiglia Morano e, nei documenti dell’epoca è citato anche come Scarfizzi e Crisma.

La famiglia Morano ha mantenuto il feudo fino al 1563, per poi passare alla famiglia Badolato che ha posseduto il feudo fino al 1576, anno in cui ritornò alla famiglia Morano fino al 1630 e poi alle famiglie Sersale fino al 1647, De Filippis fino al 1687, Pisciotta fino al 1697, Moccia fino al 1732, Crispano fino al 1766, e infine alla famiglia Malena di Rossano, che ha mantenuto il feudo fino all’eversione della feudalità del 1806.


largo Scanderbeg

Nel 1807 fu assoggettato al Governo di Strongoli, e nel 1811 passò frazione di San Nicola dell’Alto. Nel 1816 dalla provincia di Cosenza passò a quella di Catanzaro, per volere dei Borboni. Dal 1904 il centro venne distaccato da San Nicola dell’Alto e costituito in comune autonomo.

La presenza degli arbëreshë

Non si sa con esattezza quando gli arbëreshë siano giunti a Carfizzi; alcuni storici sostengono che degli stradioti (mercenari al servizio del Re di Nqpoli) albanesi, assieme alle loro famiglie, si siano aggiunti alla popolazione locale, intorno al 1450.


donna di Carfizzi con il costume tradizionale

Altri ritengono che gli arbëreshë siano giunti dopo il 1539, cioé dopo che Erina (o Irina) Castriota, pronipote di Scanderbeg e Duchessa di San Pietro in Gelatina, sposò Pietro Antonio Sanseverino, Principe di Bisignano. Infatti con la Duchessa partì dal Salento un consistente numero di arbëreshë, che si stanziarono in diverse località della Calabria e, tra queste, anche a Carfizzi.

Non conosciamo neanche il numero degli arbëreshë che giunsero a Carfizzi, tuttavia, leggendo i registri delle tasse dell’epoca, si può evincere che nella prima metà del ’500 il paese risultava abitato da una ottantina di arbëreshë e del doppio nella seconda metà del ’500. Tuttavia la popolazione, che viveva in “pagliari”, era senz’altro molto superiore. Infatti all’avvicinarsi degli esattori, spesso gli arbëreshë disfacevano le loro abitazioni di paglia, per sfuggire al fisco. Avvenuto il controllo da parte degli esattori, essi di nuovo ricostruivano i “pagliari”.

Alessandro Filaretto Lucullo (1592 –1606), Vescovo di Umbriatico, in una relazione del 1598 relativa agli arbëreshë afferma: “L’abitazione di questa gente nella nostra diocesi è particolarmente mutabile, in quanto si trasferiscono spesso da una località all’altra. Eccetto i beni mobili che a volte possiedono, lavorando nelle terre degli altri, niente altro hanno, nemmeno le abitazioni, in quanto vivono in case fatte di paglia”.

La chiesa di Santa Veneranda e il rito greco

Il Vescovo Alessandro Filaretto Lucullo, nel 1600, così descrive il casale: “E’ abitato da Albanesi, i quali seguono il rito greco. Vi è un prete greco coniugato con il suo coadiutore pure coniugato. Ha la chiesa sotto l’invocazione di Santa Venere, che non gode rendite certe ma solamente decime personali. Vi abitano circa 400 abitanti. Il sindaco e gli eletti dell’università hanno convenuto di corrispondere al prete greco curato un certo stipendio. Ma questo stipendio non è permesso, in quanto si aspetta una decisione da Roma”.

Il Vescovo Benedetto Vaez (1622-1631) osservava che i Papas, prima di accedere agli ordini sacri, prendevano una moglie, unica e vergine, e divenuti sacerdoti la mantenevano. Preparavano il sacramento della Santissima Eucarestia con pane fermentato e compivano le altre funzioni e cerimonie religiose secondo il rito greco.


la statua della Santa Veneranda
patrona di Carfizzi

Durante il Vescovato di Antonio Ricciulli (1632-1638) il rito greco era ancora vitale; egli cercò di regolare i rapporti tra i suoi diocesani di rito greco e di rito latino, che vivevano promiscuamente nella sua diocesi. In un suo decreto era prescritto che “Nelle chiese de Greci, non celebri nessuno sacerdote latino, se non in caso di necessità, et in quel caso deve celebrare in pane azimo et non fermentato. I latini, che si trovano ad habitare tra Greci, vadano a confessarsi e communicarsi nella loro Parocchiale latina più prossima. Il sacerdote greco, non consacri in pane azimo ma in fermentato e nel medesimo fermentato communichi quelli, che vi sono nel rito greco. La moglie latina osservi il suo rito, ancorché il marito sia greco. La moglie greca segua il rito suo, ancorché del marito, o almeno ogn’uno di loro osservi il suo rito. Gli figli, che nascono da Padre greco e madre latina ad libitum d’essi figliuoli. Quelli che una volta tantum hanno seguitato il rito latino, non puotono passare al greco, ma sono tenuti per sempre a seguire il rito latino. Ma quelli che hanno osservato il rito greco, potrà con licenza passare al rito latino”.

Poi, intorno al 1670, il rito greco scomparve del tutto: il Vescovo Agostino de Angelis (1667-1681) affermava che gli abitanti, originari dell’Albania, ormai seguivano tutti il rito latino, avendo abbandonato completamente il greco. Lo stesso vescovo, nella relazione del 1672, aggiungeva che due anni prima nella chiesa di Santa Veneranda era stata introdotta la recita del Santissimo Rosario.

Nonostante che la popolazione avesse già da molti anni formalmente abbandonato il rito greco, tuttavia persisteva l’attaccamento alle antiche reliquie; soprattutto alle icone. Di tale religiosità popolare ne è testimonianza un fatto accaduto al giovane Duca di Verzino Nicolò Cortese, il quale tentò di asportare dal paese un’immagine sacra, suscitando una sommossa popolare. Il Duca dovette ben presto cedere in quanto gli abitanti lo circondarono con delle fascine, minacciando di darle alle fiamme. La protesta cessò quando il Duca consegnò l’icona.

Carfizzi oggi

Carfizzi è fra i paesi che hanno conservato la cultura e le tradizioni del paese di origine, nonché la lingua arbëreshe, ma ha perso il rito greco. Detiene inoltre il primato di gemellaggi e di contatti con l’Albania con la quale intrattiene delle visite con scambi culturali.

In periodo estivo si può assistere a varie manifestazioni folcloristiche con le donne che indossano i costumi tradizionali ornati di preziosi monili d’oro tramandati di madre in figlia.


una ragazza in costume vende una coperta tessuta al telaio

E’ tradizione della popolazione dedicarsi alla tessitura a telaio soprattutto di coperte variopinte e disegni orientaleggianti. Importante è anche l’oreficeria tradizionale. La festa patronale in onore di Santa Veneranda si svolge il 27 luglio.

I cognomi di origine albanese più diffusi sono: Basta, Brasacchio, Condosta, Larte, Macrì.

Bibliografia

D. Zangari, Le colonie Italo Albanesi di Calabria, Napoli 1940

P.Maone, I Cortese feudatari di Verzino e casale di Savelli, Historica, n. 5, 1959

C.Gentile, Spigolando in Arberia. Alla riscoperta delle ricchezze storiche di Carfizzi, Pallagorio e San Nicola dell’Alto, EBS Print, 2016