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Da visitare

Il Convento dei Domenicani

Da visitare, soprattutto, nella zona centrale e dominante del paese l’antico Convento dei Domenicani, punto di riferimento storico della nascita del paese e destinato a diventare un centro importante per il recupero delle tradizioni e della cultura degli arbëreshë.


dipinto raffigurante il Convento dei Domenicani

Un progetto dell’amministrazione comunale prevede infatti che parte di esso venga adibito a museo, che un’altra parte divenga un centro studi ed un’altra parte ancora divenga un laboratorio per la confezione di costumi tradizionali arbëreshë.

La chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta

Una tappa obbligata è la visita alla chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta. Questa, costruita nel XVII secolo, è caratterizzata dalla torre campanaria a pianta quadrata, con cella di forma ottagonale sovrastata da una copertura a cuspide. L’interno è a pianta rettangolare con tre navate: la centrale, decorata con stucchi e affreschi, ha la volta a botte mentre le laterali hanno la volta a crociera. Nel suo interno possiamo ammirare un arazzo ricamato in oro proveniente dalla Grecia su cui è ritratto Gesù deposto, la statua lignea di Sant’Atanasio, una piccola tela raffigurante Santa Filomena, l’effigie di San Rocco opera del 1905 di G. Martone e l’effige dell’Addolorata.

Sull’altare maggiore, vi è una fila di panche corali con alti postergali e, in alto, due affreschi: quello della Natività e quello dell’Ultima Cena. Sul lato sinistro, vi sono degli affreschi incompleti eseguiti dal maestro Giuseppe Drobunik; segue il gruppo statuario con l’Assunta, e la statua di San Francesco di Paola. In apposite nicchie di legno, vi è un gruppo di statue rappresentanti San Giuseppe, l’Immacolata, il Sacro Cuore, la Madonna del Carmine con i Santissimi Pietro e Paolo.

Sopra la porta centrale vi è una finestra con una vetrata artistica rappresentante la “Kimisis” (Dormitio) e due lucernari con i serafini. Sulla volta vi sono degli affreschi del 1869 eseguiti da Polimero De Marco e raffiguranti: San Francesco di Paola, Sant’Atanasio, l’Assunta, il Battesimo di Cristo. Inoltre, una tela deteriorata su cui è effigiata una Crocifissione. Sulla volta della sacrestia vi è un affresco datato 1780 raffigurante Sant’Atanasio, Patrono di Firmo.

La Cappella della Madonna di aprile

Di un certo interesse turistico, vi è la cappella dedicata alla Madonna di aprile, edificata nel 1650 in segno di ringraziamento per aver salvato Firmo dalla siccità. Di rilevanza significativa sono le funzioni religiose che si svolgono in rito bizantino e le manifestazioni folcloristiche di maggio denominate “vallje” in cui si sfoggiano i preziosi costumi tradizionali di gala.

La Cappella rurale di Santa Lucia

Costruita a fine ’800, la cappella rurale di Santa Lucia si distingue per la sua semplicità. La facciata essenziale, di proporzioni modeste, è arricchita da colonne con fregi e dal timpano con nicchia, sede della statua della Santa. Gli altri prospetti, anch’essi semplici nella loro definizione, sono caratterizzati dall’emergenza della piccola abside a pianta semicircolare.

La pianta dell’edificio di culto ha una forma rettangolare, a navata unica con abside terminale con al centro l’altare latino in marmo e sovrastante nicchia decorata con stucchi che ospita la statua della Santa Martire. La copertura è a due falde con capriate in legno lamellare a vista.

La Chiesa di San Giovanni Crisostomo

Altra tappa è la Chiesa di San Giovanni Crisostomo nella contrada di Piano dello Schiavo, edificata alla fine degli anni settanta in stile bizantino, per assolvere all’esigenza degli abitanti della contrada che per difficoltà di spostamento non potevano andare a messa nella parrocchia del paese. Al suo interno sono custodite alcune statue processionali.

Il Costume tradizionale di Firmo

I Costumi tradizionali di Firmo (in lingua arbëreshe: Stolit) oggi rischiano di scomparire perché sono indossati solo dalle donne molto anziane e, da quelle più giovani, solo in occasione delle vallje.

Vi sono differenti tipi di costume arbëresh: quello di gala, quello ordinario, quello di lutto e quello delle ragazze in attesa di marito.

Il costume di gala è quello più ricco, sia per i tessuti che per la composizione. E’ costituito infatti da 15 pezzi:

due “sutavestat” cioè le sottovesti in batista ricamate con un bordo smerlato e una balza sul fondo;

  sulle sottogonne viene indossata la “linja” cioè una camicia di lino tessuto al telaio o di cotone lunga fino ai piedi, aperta nel petto con un ampio colletto arricchito dai “milleti” cioè una larga bordura di tulle ricamato ed abilmente arricciato in modo che, con la stiratura ad amido, possano essere raccolti in minute piegoline;

viene quindi il “Petini” un rettangolo di stoffa fine, finemente ricamato che si inserisce nell’apertura della camicia per coprire il seno;

poi viene indossata la “Kamizolla” cioè una gonna ampia e lunga fino ai piedi, di raso o di stoffa laminata plissettata e bordata, dal colore che va dal cremisi al ciclamino al rosso e con applicati sul fondo i “galluni” ricamati in argento;

sulla Kamizolla viene indossata la “coha” che è una sopragonna plissettata lunga fino ai piedi di stoffa laminata o di raso, dal colore azzurro intenso o verde, con un largo bordo di oro che, raccolto al braccio a forma di ventaglio, forma la “rrota“;

viene poi indossato lo “xhipuni” consistente in un giubbetto di stoffa laminata o di raso, azzurro intenso, intessuto con fili d’oro, porta in basso un bordo continuo d’oro come pure sui polsi, sulle spalle tre bande della stessa bordo, mentre le maniche sono interamente ricamate a minuti motivi floreali e geometrici in filo d’oro e arricchiti di strass;


il costume ordinario

completano il costume di gala le “kalluciet t’bardha” cioe delle calze bianche;

ai piedi vengono indossate le “Këpucëtë” ossia delle scarpe di tessuto laminato dello stesso azzurro del giubbetto;

sulla testa troviamo i “miçet” una specie di boccoli di tela bianca per che completano l’acconciatura;

sui miçet viene indossata la “keza” consistente in un piccolo copricapo di tessuto rigido decorato d’oro, questo è un accessorio tipico della mise nuziale e poi delle donne sposate che va a coprire lo chignon fatto di seta trapuntata e guarnito di oro;

al collo troviamo un nastro di velluto nero dal quale pende il “birlloku” cioè un ciondolo;

ancora al collo troviamo una catenina d’oro;

gli orecchini;

il “pani” cioè uno scialle di raso o di seta cruda di colore rosso ricamato con fili di seta gialla e nera.

Al costume di gala innanzi descritto, in occasione del matrimonio va aggiunta la “Petënaturi” ossia un’acconciatura di fiori di pizzo e il “velli i bardh” cioè il velo bianco sottile intessuto in oro; che sostituiva con un velo di pizzo un po’ più pesante con smerlo in oro per la prima messa domenicale a 8 giorni dalle nozze.

Bibliografia

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D. Zangari, Le colonie italo albanesi di Calabria - Storia e demografia, Caselli, Napoli, 1941.

D. Cassiano, Le Comunità Arbresh nella Calabria del XV secolo, Brenner, Cosenza, 1977.

L. Esposito, I Domenicani in Calabria, Edizioni Domenicane Italiane, Napoli-Bari,1997.

E. Fortino, La Chiesa bizantina albanese in Calabria. Tensioni e comunione, Editoriale Bios, Cosenza 1994.

G. Galasso, Economia e società nella Calabria del Cinquecento, Milano, 1980.

C. Karalewsky, Relazione sugli albanesi di Calabria nel 1921, Genova.

F. Tajani, Albanesi in Italia, Brenner, Cosenza, 1969.

AA.VV., Firmo: Comunità italo-albanese in Calabria, in Lidhja, anno VII, n. 15.