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Mongrassano (in lingua arbëreshe: Mungrasana) è un comune di 1694 abitanti (al 2007) della provincia di Cosenza.

Il paese è situato a 545 m s.l.m. e si estende su un’area di 34,68 Kmq ricompresa all’interno della Comunità Montana “Unione delle Valli”. Confina con i Comuni di Bisignano, Cerzeto, Fuscaldo, Guardia Piemontese, Acquappesa, Fagnano Castello, Cervicati e San Marco Argentano.


a destra: Mongrassano
a sinistra: Serra di Leo

Il territorio di Mongrassano è diviso in varie zone: ciascuna di queste rappresenta un nucleo urbano aggiunto agli altri col crescere del paese. Alcune di queste sono nate con l’insediamento di italiani, mentre altre si sono aggiunte con l’arrivo degli albanesi.

Oggi il centro abitato di Mongrassano si considera diviso in cinque zone denominate “Li Romani”, “La Costa”, “Lo Piano”, “La Sciuria” (in lingua arbëreshe: Shurja) e “Serra di Leo” (in lingua arbëreshe: Sardalia) .

“Li Romani” è l’insediamento più antico e prende il nome dalla presenza di italiani, come italiane erano le zone “La Costa” e “Lo Piano”; mentre “La Sciuria” e “Serra di Leo”, erano le zone dove si insediarono gli albanesi.

Anticamente il casale di Serra di Leo era separato dalle altre zone, e solo all’inizio dell’800 si è unita a loto a formare un unico comune.

Storia di Mongrassano

Le prime notizie certe su Mongrassano risalgono al 1283 e affermano che il casale di “Mons Crasanus” apparteneva a Rostain de Agot. Il 26 marzo 1462 Luca Sanseverino, 6º Conte di Tricarico, comprò dal Re di Napoli, per la somma di 20.000 ducati, il principato di Bisignano, del quale il casale di “Mons Crasanus” faceva parte.

Si ipotizza che gli albanesi giunsero a Mongrassano intorno al 1468, quando oramai sempre più città e fortezze albanesi stavano cadendo sotto il dominio ottomano. Fu allora infatti che molti albanesi lasciarono la loro patria per raggiungere l’Italia meridionale, dove erano ben accolti dai signori locali che avevano bisogno di ripopolare le loro terre devastate dal terremoto, dalle carestie e pestilenze. A Mongrassano gli albanesi furono accolti dal Principe di Bisignano che consentì loro di fondare il quartiere denominato de “La Sciuria”.

Poi, nel 1479 Girolamo Sanseverino, 2º principe di Bisignano, cedette alla Mensa Vescovile di San Marco Argentano una parte delle sue prerogative feudali relative al casale di Mongrassano. Tra il 1508 e il 1518 Bernardino Sanseverino, 3º principe di Bisignano, accolse altri albanesi nel ducato di San Marco e consentì loro di insediarsi nel casale di “Serra di Leo”, confinante con il casale di Mongrassano ed oggi rione dello stesso comune.

Nel 1521, l’imperatore Carlo V d’Asburgo, ordinò di fare un censimento; da questo risulta che Mongrassano e Serra di Leo avevano rispettivamente 29 e 14 famiglie albanesi. Nel 1543 un nuovo censimento indicava che a Mongrassano c’erano 63 “fuochi” (nuclei familiari), per un totale di 194 abitanti, mentre a Serra di Leo si contarono 16 “fuochi”. I cognomi registrati dai numeratori regi erano: Arrigoni, Capparello, Cingaro, Drames, Lo Russo, Migliano, Mosciara, Petta, Rotundo, Smilara, Tabularo (Tavolaro/Tavolari), Yerbes (o Ayerbes). Dei successivi censimenti si conoscono solo i totali di Mongrassano: 62 fuochi nel 1561; 55 fuochi nel 1595; 70 fuochi nel 1648; 43 fuochi nel 1669.

Purtroppo per gli albanesi, il Vescovo di San Marco Argentano, feudatario di Mongrassano, nonostante la Santa Sede avesse da subito accordato libertà di rito agli albanesi insediatisi in Italia, mal sopportava i nuovi arrivati e tentò da subito di convertire gli albanesi al rito latino. Il 14 dicembre 1634 Mongrassano, Serra di Leo e gli altri paesi albanesi della zona, passarono dal rito bizantino a quello latino.

Col passare del tempo i casali di Mongrassano e di Serra di Leo videro diversi proprietari; il casale di “Serra di Leo”, passò ai Cavalcanti, poi ai Sersale di Cosenza; mentre il casale di Mongrassano passò ai Gaetani, poi ai marchesi di Fuscaldo. Nel 1750 il barone di Serra di Leo era Tommaso Miceli. Nel 1779 Mongrassano risulta comune autonomo.

Successivamente alla riforma di Murat (1806), nel 1807 Mongrassano diviene Università del Governo, sciogliendosi dai vincoli feudali e nel 1811 risulta frazione di Serra di Leo. Infine nel 1813, Mongrassano fu riconosciuto come paese autonomo e, dal 1816, Serra di Leo divenne sua frazione.

Come già detto, nel 1634 gli albanesi erano stati obbligati ad abbandonare il rito bizantino e anche l’uso della lingua arbëreshe è quasi totalmente scomparso; restano salde le antiche tradizioni e il desiderio di mantenere l’identità arbëreshe. E’ interessante notare che gli abitanti, pur non parlando più la lingua dei loro antenati, cantano in lingua arbëreshe e, in diverse occasioni nel corso dell’anno, intrecciando la “Vallja” (tipica danza arbëreshe) e le donne indossano i costumi della tradizione arbëreshe.

Oggi i cognomi di origine albanese più diffusi a Mongrassano sono: Argondizzo, Capparello, Dramis, Formoso, Licursi, Lo Russo, Migliano, Ricioppo, Rotondo, Staffa, Tavolaro, Yerbis.

Le chiese di Mongrassano

La Chiesa parrocchiale di Santa Caterina di Alessandria

La Chiesa parrocchiale Santa Caterina di Alessandria Vergine e Martire, fondata intorno al 1100, è di stile romanico, a tre navate, ed ha un colonnato in marmo sormontato da un matroneo. Il suo portale, risalente al 1938, è opera del maestro P. Mantovani.

Al suo interno si possono ammirare un tabernacolo in argento cesellato, fatto nel 1829 da Francesco Maria Santoro; un busto in legno raffigurante San Francesco da Paola; le statue di Santa Caterina d’Alessandria, di Santa Lucia, della Madonna del Carmine e dell’Immacolata, tutte opera del noto artista Carlo Santoro. Inoltre, posto nella sagrestia, possiamo ammirare un dipinto di Giovanni Battista Santoro dedicato a San Francesco di Paola.

La Chiesa di Santa Maria del Carmine

La Chiesa dei Carmelitani nacque nella seconda metà del XIII secolo probabilmente come chiesa basiliana. Nel ’500 i Carmelitani vi costruirono affianco un proprio Convento, al quale, nel 1649, la chiesa venne annessa col titolo di “Santa Maria del Carmine” .

Di notevole interesse è il portone ligneo interamente intagliato del XVII secolo, in una cornice di pietra artisticamente lavorata, attribuita ai maestri scalpellini Costantino Licursi e Cesare Capparelli.

Al suo interno, sopra l’altare, si può ammirare una tela del XVI secolo raffigurante “L’Annunciazione”, probabilmente dell’artista Pietro Negroni; inoltre vi è una statua in legno dell’Immacolata scolpita da Carlo Santoro.

La Chiesa dell’Annunciazione

Situata nel rione di Serra di Leo, troviamo la Chiesa di Sant’Anna, attorno alla quale si insediò la comunità arbëreshe.

L’istituzione della chiesa risalirebbe ai primi secoli del I millennio d.C., quando fungeva da sede estiva del monastero di Santa Maria della Matina.

La chiesa è stata ultimamente arricchita da un portone bronzeo con bassorilievi sulla vita di santi, opera di Francesco Candreva.

Al suo interno, posto dietro l’altare maggiore, è possibile ammirare il complesso statuario dell’Annunciazione posto dietro l’altare maggiore. Sempre al suo interno vi sono inoltre le statue di Sant’Anna e del Sacro Cuore di Gesù, oltre a un busto di San Giuseppe.

I palazzi storici di Mongrassano

Il Palazzo del Municipio

Il Palazzo del Municipio, diviso in due ali, presenta una notevole interna utilizzata probabilmente come chiostro. L’ala posteriore, la più antica, fu l’ultima sede del Convento di Santa Maria dei Benedettini sino al 1542. L’ala anteriore del Palazzo, invece, venne edificata nel 1630 ed ospitò, sin dal 1649, il Convento dei Carmelitani. Il Palazzo si affaccia sulla piazza principale del paese: Piazza Tavolaro.


A destra il Palazzo del Municipio; a sinistra la Chiesa di Santa Maria del Carmine

Il Palazzo Miceli

Nel rione Serra di Leo, c’è il palazzo fatto edificare nel 1750 dal barone Miceli. Oggi il palazzo è di proprietà del Comune e al suo interno hanno sede la Biblioteca Comunale, il Centro Iconografico Arbëresh (C.I.AR.), lo Sportello Linguistico Comunale e la Mostra permanente delle Tradizioni e Cultura Arbëreshe.


busto scultoreo raffigurante Scanderbeg, posto in adiacenza al palazzo Miceli

Il Palazzo Sarri

Il palazzo Sarri, un imponente complesso architettonico del XVIII secolo, con un portale scolpito da artisti della scuola fuscaldese e ringhiere di ferro battuto in stile spagnolo, fu residenza della famiglia Sarri, tra le più importanti di Mongrassano.

Le tradizioni a Mongrassano

Il Carnevale e le Vallje

Nei giorni di Carnevale il centro di Mongrassano si anima e rivive l’antica tradizione arbëreshe delle “Vallje”. Queste hanno luogo negli ultimi tre giorni del Carnevale e nelle quattro domeniche precedenti.

I gruppi sono formati da donne che indossano l’abito di gala tradizionale arbëresh e si tengono per mano o attraverso dei fazzoletti colorati. A ciascuna estremità del gruppo vi è uno o due uomini che dirigono il canto e la danza. I gruppi procedono cantando e danzando lungo le strade del paese accompagnati dai suonatori di organetto, fisarmonica, tamburelli, chitarra, ecc..

Durante le Vallje ogni gruppo si ferma più volte dinanzi alla porta di casa degli amici o dei parenti: qui intona strofe che invitano ad aprire e, quando il padrone di casa apre, il gruppo entra in casa dove gli vengono offerti dolciumi, salumi e, soprattutto, vino. Quindi, dopo essere stati un po’ di tempo insieme, il gruppo saluta per proseguire verso un’altra abitazione.

Il martedì grasso, all’avvicinarsi della mezzanotte, le Vallje si trasformano nel funerale del Carnevale. Accompagnato dal canto “lu vjatimmu di Carnalivari”, ossia un lamento funebre dal testo satirico, per le vie del paese viene trasportato un fantoccio che rappresenta il carnevale. Nella piazza del paese, allo scadere della mezzanotte, viene dato fuoco al fantoccio al canto di “Jet’e bardë” (vita bianca), un canto dal testo propiziatorio che da inizio alla quaresima.

A Mongrassano il Carnevale è la festa più rappresentativa della comunità. In passato era imposto a tutti il divieto di lavorare negli ultimi giorni di carnevale, specie il martedì; di conseguenza c’era la divertente usanza che, chi era sorpreso a lavorare, veniva preso di forza e portato fino a casa sua, dove i suoi parenti, per il rilascio del congiunto, dovevano offrire da bere e mangiare ai suoi accompagnatori.

La Kalimera della Domenica delle Palme

Uno dei momenti più importanti per la comunità di Mongrassano, è la Domenica delle Palme. Per la cerimonia della Benedizione delle Palme, i cittadini preparano la “Kalimera”, cioè una struttura di rami d’ulivo e canne, adornata con carta crespa o velina colorata, alla quale vengono appesi vari dolci: ginetti, mastazzuali, cuddacciaddi….

Al ritorno dalla funzione liturgica i bambini finalmente possono mangiare i dolci appesi alla Kalimera. Questa infatti, viene fatta esclusivamente per i bambini ed è usanza che sia la madrina, chiamata “nunna” a regalarla al proprio figlioccio, detto “fammulu”.

Allu Casu e allu Ruaddhu di Pasqua

Durante la Pasqua, oltre ai riti religiosi, passando per il paese è possibile imbattersi in gruppi di uomini che giocano al gioco chiamato “Allu casu” (Il formaggio) oppure “Allu Ruaddhu” (Che rotola). Il gioco prevede la creazione di due squadre, e la definizione di un percorso di gara lungo il quale i giocatori tirano a turno una forma di formaggio, o un disco di legno. Vince chi giunge per primo al punto d’arrivo. Il premio consiste nel formaggio, che nella maggior parte dei casi, viene consumato da entrambe le squadre, ma pagato dalla squadra sconfitta.

Il battesimo delle bambole di San Giovanni


una foto storica ci mostra i bambini
in attesa per il battesimo delle bambole

Il 24 giugno, giorno della festa di San Giovanni Battista, è occasione tra gli arbëreshë per il rito della “motërma”, ossia del “commaraggio”. In questo giorno infatti, le fanciulle sono solite battezzare una bambola di pezza, detta “Papuacciulu” (Papoçolli), e in tal modo diventare “comari” (ndrikulla). La bambola viene confezionata con fasce, pannolini, coprifasce, cuffietta e tutti gli indumenti reali del neonato.

Durante il rito, che si svolge presso la cappella di Santa Maria poco fuori il centro abitato, le fanciulle si passano la bambola pronunciando una formula rituale. Il “commaraggio” ottenuto attraverso questo battesimo rituale è considerato ancora oggi una cosa seria, quindi le comari si rispettano realmente come tali per tutta la vita.

Questo comporta non solo che da quel momento si chiamano “nunna”, ma che realmente, divenute adulte e madri, battezzeranno reciprocamente i propri figli.

L’abito tradizionale di Mongrassano

L’abito maschile

L’abito tradizionale maschile di Mongrassano, seppur nato alla metà del XIX secolo, è ormai da ritenere tradizionale in quanto entrato in pieno nella vita della comunità che lo ha fatto proprio.

Nella parte superiore, sopra una semplice camicia bianca, viene indossato un gilet di raso rosso ornato da applicazioni in pizzo. I pantaloni sono di panno di colore avana ornati da due strisce nere lungo i fianchi, due mascheroni contro il malocchio al posto delle tasche posteriori dei pantaloni e due alamari sul fondo. Fanno parte del costume anche il copricapo in panno avana, il foulard di raso verde attorno al collo e la fascia stretta ai fianchi, sempre di raso verde.

L’abito di gala femminile

L’abito di gala, chiamato “llamadhoro”, è costituito da vari elementi: per prima cosa viene indossato il “sutaninu” cioè una sottogonna bianca in cotone; subito dopo viene la “kamizolla” consistente in camicia in cotone bianco; il petto viene coperto dal “pitinu” di cotone bianco decorato da un merletto ricamato in oro che copre la scollatura; viene quindi indossata la “suttàna” ovvero una gonna di raso a pieghe larghe, di colore fucsia o rosso o viola; la “suttàna” viene sorretta dalle “musc’chi” cioè delle bretelle dello stesso colore della “suttàna”, ricamate in oro; sulla “kamizolla” viene indossato il “bustu” cioè corpetto verde o blu in lamé dorato sul quale viene sovrapposto lo “jippuni” cioè un bolerino verde o blu in lamé dorato con ricami in oro e/o galloni in oro. Completano l’abito di gala le “scarpi” ovvero le scarpe in lamé dorato con ornamenti dorati; lo “gindurinu” ovvero un cinturino di panno nero ricamato in oro con motivi floreali.

Indossando l’abito “llamadhoro”, le donne di Mongrassano utilizzano una tipica acconciatura, “lu ngriddu”, che viene intrecciata con nastri bianchi noti come “hjattuli”.

Il giorno del matrimonio la sposa indossa la “chesa” cioè un copricapo particolare, in lamé dorato dello stesso colore del corpetto. Sulla “chesa” viene indossata la “sciala” cioè il velo nuziale in tulle, ricamato in oro con motivi floreali e astrali. Una volta sposata, la donna continua a indossare la “chesa”.

L’abito di mezza festa femminile

L’abito di mezza festa, utilizzato per le domeniche e per la promessa di matrimonio, è completamente in velluto di un unico colore. Il tutto è adornato da passamaneria dorata. Sotto il vestito c’è la kamizolla, uguale a quella del vestito di gala.

L’abito quotidiano femminile

L’abito quotidiano è di colore scuro, con la gonna a fiori o tinta unica. Sul capo le donne sono solite portare un fazzoletto “maccaturu” e sulla gonna un grembiule da cucina “sinali”.

Bibliografia

A. Argondizzo, Mongrassano nella storia, ed. Luigi Pellegrini, Cosenza, 1993

A. Argondizzo, Mongrassano e la sua gente, ed. Luigi Pellegrini, Cosenza, 1993

A. Argondizzo, Mongrassano e dintorni, ed. Luigi Pellegrini, Cosenza, 1996

D. Guagliardi, Mongrassano: viaggio nei secoli di una comunità, ed. Trimograf, Spezzano Albanese, 1998

F. Santoro, Tradizioni popolari di S. Martino di Finita, S. Giacomo, Cavallerizzo, Mongrassano, Rota, Univ. Studi di Roma, Facoltà di Lettere e Filosofia, A. Acc. 1970-71.