Rota Greca (in lingua arbëreshe: Rrota) è un comune della provincia di Cosenza, in Calabria. Il Comune di Rota Greca, situato a 510 m s.l.m., fa parte della comunità Montana Media Valle Crati e confina con i comuni di Cerzeto, Fuscaldo, Lattarico e San Martino di Finita.

Storia di Rota Greca

Il primo documento che fa riferimento all’esistenza di Rota Greca, è dell’anno 849, quando “Rotam” era compresa nel Gastaldato longobardo di Cosenza. In tale documento si dava particolare rilievo sua posizione strategica da un punto di vista militare.

Ma il documento più importante che ci dimostra l’esistenza di Rota Greca è è la Bolla papale del 21 settembre del 1089 con la quale Papa Urbano II assegna il monastero di “Santa Maria della Rota” all’abate Pietro del monastero benedettino della Santa Trinità di Cava dei Tirreni.

“Santa Maria della Rota" venne più volte menzionata nei documenti che i frati benedettini indirizzavano all’abate di Cava dei Tirreni almeno sino al 1324, in occasione dalla raccolta delle decime ecclesiastiche e, nel 1481, anno in cui fu citata nella relazione che i frati benedettini di Cava dei Tirreni fecero a San Francesco di Paola.

Il territorio del monastero di “Santa Maria della Rota” era diviso in parecchi casali, tra questi erano i più importanti per il numero dei fuochi, erano: il casale di “Santa Maria La Rota” chiamato anche “Terrae Rotarum” e il casale di “Magnocavallo” chiamato anche “Mangalavita”.

Gli albanesi di Rota Greca

Dopo la morte di Scanderbeg il 17 gennaio 1468 e la caduta di Kruja nel 1478, Giovanni Castriota, il figlio che Scanderbeg aveva avuto dalla moglie Marina Donika Arianiti, trovò rifugiò con la madre nel regno di Napoli, dove il Re Ferdinando I d’Aragona aveva donato a suo padre il feudo di Monte Sant’Angelo.

Nel 1479 gli ottomani catturarono Scutari, ultimo baluardo cristiano in Albania. Nel 1481, Giovanni Castriota radunò alcuni fedelissimi e, partito dalla Puglia, sbarcò a Durazzo, ma non riuscì a portare a termine alcuna impresa poiché gli Ottomani vanificarono immediatamente ogni suo tentativo.

In Albania, oramai tutta in mani ottomane, la popolazione veniva perseguitata e massacrata. Così che molti albanesi seguirono l’esempio di quelli che si erano già insediati in precedenza in Italia meridionale. Quindi, dai porti di Ragusa, Scutari ed Alessio lasciarono la loro terra su navi veneziane, napoletane e albanesi.

Così descriveva l’Albania Papa Paolo II in una lettera indirizzata Duca di Borgogna: “Le città che avevano resistito alla furia turca fino ad oggi sono ora cadute in loro potere. Tutti i popoli che abitano sulle rive del Mare Adriatico tremano alla vista di un pericolo imminente. Ovunque vedi solo terrore, tristezza, prigionia e morte. Non senza lacrime è possibile guardare le navi che si rifugiano dalle coste albanesi nei porti d’Italia, quelle miserabili famiglie sfrattate dalle loro case in riva al mare, alzano le mani verso il cielo, riempiendo l’aria di lamenti in un linguaggio incomprensibile”.

Mentre alcune famiglie della vecchia nobiltà albanese si stabilirono a Trani e ad Otranto, molti degli albanesi ricevettero dai feudatari locali terre e diritti civili in aree scarsamente popolate. Così che si stabilirono lungo la costa adriatica tra l’Abruzzo e il Gargano, mentre altri si stabilirono nelle Marche. Molti si trasferirono nel Regno di Napoli, nelle zone montuose intorno a Benevento, oltre che in provincia di Potenza dove ripopolarono villaggi abbandonati e devastati dal terremoto. Altri ancora andarono in Calabria dove, in provincia di Cosenza, fondarono o ripopolarono numerosi paesi.

Fu in questo periodo, probabilmente nel 1478, che gli albanesi giunsero a Rota Greca, ben accolti da Girolamo Sanseverino, secondo Principe di Bisignano. Suo padre Luca che nel 1462 aveva acquistato le terre del monastero di “Santa Maria della Rota” che ora faceva parte del Principato di Bisignano.

La prima testimonianza documentata della presenza albanese risale all’8 marzo 1507 quando Nicola Macza, albanese del casale di “Santa Maria della Rota”, ebbe dal principe Berardino Sanseverino il permesso di girare armato per i feudi di Bisignano.

Sino al XVII secolo il casale di “Santa Maria della Rota” rimase in proprietà dei Sanseverino per passare poi ai Duchi Cavalcante, che rimasero proprietari fino al 1806.

A Rota Greca, fino al 14 dicembre del 1634 era in uso il rito religioso bizantino. Col passare del tempo, la lingua dei padri è stata praticamente dimenticata, tuttavia si riscontrano numerosi riferimenti dell’antica lingua sia nella onomastica che nella toponomastica della comunità, dove pure si sono conservate alcune tradizioni arbëreshe. I cognomi di origine albanese più diffusi sono: Caparello, Gentile, Mannara, Migliano, Russo, Spallato, Tocci.

Da Visitare a Rota Greca

La patrona di Rota Greca è Santa Maria Assunta e a lei è dedicata la Chiesa Madre di costruzione settecentesca. Conserva al suo interno la statua dell’Assunta del ’700, un crocifisso ligneo del ’600 e le statue dedicate a San Raffaele, all’Addolorata, alla Madonna del Carmine. Inoltre ad arricchire il patrimonio della chiesa c’è un antico fonte battesimale. Ricordiamo inoltre la chiesa di S. Francesco di Paola, del ’500 è stata rifatta nell’800.


interno della chiesa di Santa Maria Assunta

Nel rione Casale è situata invece una costruzione più laica, il Palazzo Ducale, di grandi dimensioni in quanto si compone di circa 50 stanze, senza considerare il giardino interno.

Altri monumenti importanti sono quelli legati ad una storia più contemporanea, come il monumento ai caduti, la Piazza intitolata a “Madre Teresa di Calcutta” e il “giardino dei Giusti”, opera dedicata all’ex vicequestore di Roma Angelo De Fiore, originario di Rota Greca, che nella seconda guerra mondiale salvò diversi ebrei dallo sterminio.


lapide commemorativa esposta al “giardino dei Giusti”
dedicata all’ex vicequestore di Roma Angelo De Fiore
Le tradizioni popolari di Rota Greca

Il Carnevale

A Rota Greca il periodo del Carnevale dura quattro settimane oltre al lunedì e al martedì successivi all’ultima settimana. Ma il grosso dei festeggiamenti si concentra negli ultimi tre giorni; durante i quali è severamente proibito lavorare. Un tempo, chi trasgrediva questa regola, dopo essere stato catturato, veniva costretto a montare su un asino per essere portato in giro per le vie del paese: qui la gente, per punizione, lo costringeva a tracannare vino sino ad ubriacarsi.


il carnevale di Rota Greca del 2009

La domenica e il martedì per le vie del paese sfilano le maschere che rappresentano la farsa del matrimonio del carnevale; i personaggi quindi sono il carnevale stesso, sua moglie, sua madre, e gli amici e parenti, oltre al prete, naturalmente.

In testa al corteo, con il compito di annunciarlo, vi è il personaggio di Pulcinella; questo indossa una maglia rossa, pantaloni bianchi e un copricapo nero a forma conica e con in cima un pennacchio. Ai pantaloni, per tutta la loro lunghezza, sono attaccati dei campanacci.

La bambola della Quaresima

Un’altra delle tradizioni di Rota Greca è quella della Corajisima, cioè di una bambola di pezza che simboleggia la Quaresima. Nota in gran parte dell’Italia meridionale con il nome di Quarantana, Kreshmeza, Corajisima è ancora molto amata dalla gente semplice.

Se altrove la Corajisima è fatta con degli stracci, a Rota Greca ha delle belle sembianze ed è vestita con il costume nuziale storico del 1745, a evidenziare che la Quaresima porta alla gioia della Pasqua e al rifiorire della vita con l’arrivo della primavera.

La bambola tiene tra le mani la conocchia e il fuso con il filo di lana, che simboleggiano il trascorrere del tempo. Dalla stessa bambola pende un’arancia o una patata, nella quale sono conficcate sette penne che rappresentano le sette domeniche della Quaresima.

Ogni domenica viene staccata una penna che poi viene bruciata: il fumo prodotto terrà lontani gli spiriti maligni. L’ultima penna viene staccata il Sabato Santo.

La rappresentazione della Passione di Gesù Cristo

Tra le manifestazioni culturali e religiose più importanti e rappresentative di Rota Greca c’è la rappresentazione della Passione di Gesù Cristo. Questa è animata da giovani ed adulti di Rota Greca, ogni anno, s’impegnano a far rivivere il mistero della Morte e della Resurrezione di Gesù Cristo. La Passione Vivente è ambientata nel suggestivo paesaggio di Rota Greca.

Il lancio del mazzetto

La notte che precede il primo maggio, fino a qualche anno fa, i giovani di Rota Greca usavano lanciare sul balcone della propria amata un mazzetto di fiori, a volte accompagnato da una lettera con la quale dichiaravano il loro amore.

Al mattino del primo maggio le ragazze si svegliavano in piena trepidazione, e correvano al balcone per vedere cosa c’era sul balcone; se trovavano un bel mazzolino di fiori intuivano già che fosse del ragazzo dei loro sogni.

Capitava anche che qualche fanciulla trovasse più di un mazzo di fiori, magari tutti anonimi; quindi per lei cominciava l’atroce dilemma: “è lui o non è lui... ”.

Il dramma era quando qualcuna trovava un mazzo di ortiche, e il dramma si trasformava in tragedia quando qualcuna trovava più di un mazzo di ortiche!!!

Il battesimo delle bambole

Il 24 giugno, giorno dedicato a San Giovanni Battista, le bambine costruivano una bambola di pezza che veniva vestita con le fasce a rappresentare un neonato; ogni bambina si sceglieva tra le sue amiche la comare che avrebbe fatto da madrina al “battesimo” della bambola. Veniva quindi celebrato il rito del “battesimo” della bambola che faceva diventare comari le due amiche e che avrebbe suggellato un rapporto di amicizia che sarebbe durato tutta la vita.

Bambole pronte per essere “battezzate”

Le future comari recitavano la seguente formula: “Oji è San Giuanni e battiamulu su pannu. E su pannu è batiatu cu l’angiulu sacratu. E facinuni cunnari, e cummari di pulieru, e cummari che ti preji. E cummari di palazzu, e cummari chi ti n’abbrazzu. E facimu nu spizzuliddu”.

Aggangiando poi i mignoli della mano destra, a simbolo della loro unione, continuavano: “E jid’ejidietieddu, chist’è la fid’e chist’è l’aniddu. Sa fida chi ni dunamu, sangiuanni ni chiamamu”. Diventavano così comari e amiche per tutta la vita.

Bibliografia

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G. Fiore da Cropani, Della Calabria illustrata, tomo 3, Rubettino

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L. De Rose, Dizionario Storico-Linguistico della Terra di Calabria, ed. Nuova Santelli