Gizzeria (in lingua arbëreshe: Jacarisë) è un comune italiano della provincia di Catanzaro, in Calabria che, al 31 agosto 2017, contava 5187 abitanti.

Il paese è situato nella piana lametina a 630 m s.l.m. sui lati scoscesi di una collina lungo i torrenti Casale e Mezza Serra; il comune comprende anche una zona di costa che si estende per circa 10 km dove c’è la frazione di Gizzeria Lido (in lingua arbëreshe: Zalli e Jacarisë). Altre frazioni di Gizzeria sono: Bastioni di Malta, Campoienzo, Destra, Lenzi, Maiolino, Mortilla (in lingua arbëreshe: Mortilë), Prisa, Scaramella.

La storia di Gizzeria

Il ritrovamento di molti reperti ci conferma che le campagne dei dintorni di Gizzeria erano già abitate nel Neolitico (V millennio a.C.), infatti si riscontrano testimonianze protostoriche relative a molti utensili (asce, selci, pesi; punte, raschietti e raschiatoi di ossidiana) ritrovati nelle grotte circostanti, oltre a diversi reperti archeologici quali anfore greche e tombe.

Dovette avere una sicura presenza in età romana del I-II secolo d.C., e in epoca bizantina con il villaggio nella parte bassa del suo territorio dove sono state identificate diverse tombe, e i resti di una muraglia che dovrebbero appartenere ad una chiesa dedicata a San Nicola.

Secondo alcuni studiosi, le radici di Gizzeria risalirebbero a un’antica colonia greca detta “Izzario” o “Izzaria”. Dopo l’anno 1.000, vi era un piccolo agglomerato di pochi abitanti attorno ad un monastero basiliano dedicato a San Nicola. Il monastero continuò ad avere una sua vita autonoma, fino a quando non giunse Roberto il Guiscardo con i suoi Normanni.

Dopo molte resistenze incontrate nella popolazione, Roberto il Guiscardo, duca di Calabria dal 1059, sottomise tutta la piana lametina, per proseguire oltre e porre fine al dominio dell’impero bizantino. Iniziava così la latinizzazione e venivano riportati sotto l’influenza della Chiesa di Roma tutti i territori conquistati che erano di rito bizantino.

A questa operazione di latinizzazione va collegata la concessione da parte di Roberto il Guiscardo del monastero bizantino di San Nicola e del feudo di “Yussariae” all’Abbazia di Sant’Eufemia a Lamezia Terme. “Sanctus Nicolaus Yussariae, cum villanis et omnibus pertinentibus et appendicibus suis, tam terrae quam mari pertinentibus eidem loco concessimus”.

Dell’antico insediamento non sono rimaste tracce, ma solo le testimonianze documentali in alcune denominazioni quali “Casale Vecchio” o anche “Paragolio”; poi più nulla: il casale scomparve da qualsiasi documento; infatti non compare né nelle cedole angioine del 1276 del Giustizierato di Calabria né fra le terre del Giustizierato di Calabria che contribuirono alle collette dell’anno 1269.

Al tempo della sconfitta del Centelles il territorio di Gizzeria era ormai disabitato e anche nella rilevazione dei fuochi del 1447 non esistono elementi che ci inducono ad affermare che a Gizzeria esistesse qualche forma di insediamento.

Poi, intorno al 1504, Gizzeria venne ripopolata da 65 famiglie di Albanesi; a far ripopolare il casale fu il priore dell’Abbazia di Sant’Eufemia di Lamezia Terme. Obiettivo del priore era quello di bonificare e risanare il territorio, disabitato da secoli, per consentirne lo stanziamento alla popolazione. Da quel momento Gizzeria assunse il nome di “Jzaria”.

Nel 1510 il casale di “Jzaria”, fu ceduto dall’Abbazia di Santa Eufemia all’Ordine dei Cavalieri di Malta, i quali concessero agli Albanesi le terre per costruire le case, accudire alla pastorizia ed ai lavori nei campi, relegandoli nella “Ruga Sottana” che era la parte inferiore del casale di “Jzaria”. Contestualmente i Cavalieri obbligarono gli Albanesi ad abbandonare il rito bizantino e passare a quello latino.

Il primo sindaco ad essere nominato nel casale di “Jzaria” fu un certo Luca Greco, mentre il rito religioso era celebrato dal prete Domenico Crapuczano e dal presbitero Nicola Pacera.

Nel 1521 il casale di “Jzaria” fu tassato per 72 fuochi mentre nel 1544 per fu tassato per 64 fuochi; il relativo documento segnalava che gli abitanti erano “Albanesi che hanno abitato da 30 anni in su in lo casale di Jzaria”. Tra i cognomi delle famiglie censite troviamo i Crapuczano, i Pacera e i Carcze, cognomi che non sono riscontrabili nelle altre comunità arbëreshe della Calabria e della Sicilia.

Qualche anno più tardi, giunsero a Gizzeria alcune famiglie albanesi per un totale di 53 persone, per cui il casale subì in breve tempo un discreto aumento demografico, toccando nel 1561 una popolazione di circa 245 abitanti, che andò sempre più aumentando per l’arrivo di altri Albanesi negli anni successivi.

Nel 1572 furono consegnati a Giorgio Bideri, sindaco di Gizzeria i Capitoli e le Grazie, i cui contenuti contribuiscono a chiarire la rinascita del casale di Gizzeria in età moderna. Si tratta di 25 articoli che sanciscono il diritto per gli arbëreshe di Gizzeria e per quelli che verranno ad abitarvi, di costruire case, vigne e giardini nel territorio “Yzzaria”, ed i relativi obblighi, ratificando quindi ufficialmente, dopo circa 70 anni, il diritto all’insediamento.

Nel 1595 il casale fu tassato per 124 fuochi, nel 1669 per 113 fuochi e nel 1732 per 120 fuochi. Gizzeria rimase sotto il governo dell’Ordine dei Cavalieri di Malta sino al 1798, quando Napoleone si impadronì con la forza dell’isola di Malta e costrinse i Cavalieri a cedergli la sovranità sui loro possedimenti.

Giustiniani, nel 1802, riporta che “gli abitanti sono Albanesi al numero di 800 in circa, addetti per la maggior parte alla sola agricoltura“. Poi, con la legge del 19 gennaio 1807 Gizzeria divenne “Università”, nel Governo di Sant’Eufemia del Golfo. Giuseppe Maria Alfano, nel 1823, scrive di Gizzeria che era abitata da Albanesi di rito latino e aveva una popolazione di 846 persone.

Gli Albanesi, oltre al rito bizantino che avevano portato nel nuovo insediamento, avevano mantenuto la lingua, le tradizioni, gli usi e i costumi della patria di origine. Purtroppo per loro già nel 1510 furono costretti ad abbandonare il rito bizantino e l’isolamento geografico e il linguaggio incomprensibile per quelli che vivevano nei paesi limitrofi, oltre alla diversità del carattere, non sono stati sufficienti a mantenere le loro caratteristiche per molto tempo. L’arrivo di diverse famiglie provenienti da quelle aree della Calabria devastate dai terremoti del 1638 e del 1783, oltre agli scambi commerciali, le relazioni e i matrimoni con la gente dei paesi vicini, hanno modificato notevolmente lo stile di vita della popolazione albanese, che ha portato alla progressiva scomparsa della lingua d’origine. Oggi i segni della loro provenienza rimangono solo in qualche parola che gli anziani del paese a mala pena ricordano.

Da visitare

La Chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista

La chiesa, costruita tra il XIV e il XVI secolo, ha subito diversi rimaneggiamenti e restauri, l’ultimo dei quali risale al 1983, mentre tra il 1939 e il 1940 fu ricostruito il campanile.

La struttura, a tre navate, presenta la facciata a pietra vista con un portale ad arco a tutto sesto, la cui porta principale, in legno massiccio, è decorata da scene sacre scolpite a rilievo. In alto una finestra con vetrate che rappresentano la Madonna di Lourdes e Santa Bernadette. Sormonta il tutto un timpano con un mosaico raffigurante San Giovanni Battista. A destra c’è un ingresso secondario con arco in pietra. Più in alto, due monofore, una circolare e l’altra rettangolare.

L’interno è decorato da affreschi dei pittori Zimatore e Grillo. Interessante la parete dell’abside, con una serie di angeli che fanno da corona alla statua di San Giovanni Battista. Alle pareti laterali ci sono i dipinti raffiguranti la nascita e la morte di San Giovanni. L’altare maggiore è in marmo bianco ed è decorato con lo stemma dei Cavalieri di Malta.

Sono presenti inoltre le statue di San Francesco di Paola, della Madonna del Rosario e della Madonna Addolorata; un’acquasantiera di marmo; un tabernacolo di marmo di scuola napoletana del XVII secolo; una tela di autore ignoto che raffigura la Decollazione di San Giovanni Battista.

La Chiesa dell’Annunziata

La Chiesa dell’Annunziata, del XVII secolo, ma restaurata nel 1850, è sopraelevata rispetto alla strada ed ha una facciata rivestita in pietre a vista, con il portale con arco a tutto sesto e un decoro alla chiave di volta.

La Chiesa ha un’unica navata ed è decorata con stucchi, mentre il soffitto e decorato da pitture di scene sacre. L’altare maggiore è in marmo policromo, sul quale vi è una tela raffigurante l’Annunciazione. La chiesa custodisce, inoltre alcune statue in legno tra le quali vi è quella dell’Annunciazione e quella di San Giuseppe.

Il museo parrocchiale

Tra i beni di arte sacra conservati nel museo parrocchiale, si segnala un abito antico ricamato in oro e della fine dell’800, un paramento rosso con ricami in oro del XIX secolo, delle piastre per fare le ostie del XIX secolo e un’ottocentesca statua della Madonna Addolorata. Ci sono inoltre interessanti testimonianze del mondo contadino. Sempre nel museo sono conservati alcuni reperti del monastero greco di San Nicola.

Le torri di Avvistamento


la Torre di Capo Suvero

Nella seconda metà del ’500, soprattutto durante il governo del viceré di Napoli, don Pedro de Toledo (1521-1580), lungo tutte le coste del Regno di Napoli furono costruite delle torri dalle quali si era in grado di avvistare delle eventuali invasioni provenienti dal mare. Le torri erano visibili l’una all’altra affinché, con dei segnali, fossero in grado di comunicare fra loro. All’interno di ciascuna torre, vi era un caporale ed un soldato, coadiuvati da altri due soldati a cavallo che facevano la spola da una torre all’altra.

A Gizzeria sono ancora in piedi i ruderi della Torre di Capo Suvero e della Torre di Santa Caterina. La Torre di Capo Suvero, chiamata anche Torre dell’Ogliastro, ha una forma cilindrica e fu costruita sugli avanzi della fortezza edificata nel IX secolo per volere di Niceforo Foca nel IX secolo.

Le festività religiose

Il 25 marzo si festeggia l’Annunziata. Il giorno precedente si celebra la funzione religiosa al termine della quale la statua della Vergine viene trasferita nella chiesa di San Giovanni Battista. Il 25 si snoda la processione per le vie del centro seguita dalla banda del paese.

La domenica delle Palme, i giovani della parrocchia dell’Annunziata organizzano una particolare processione dove i partecipanti che interpretano la parte di Gesù e dei discepoli sfilano a piedi nudi per le vie del paese, mentre la folla dei fedeli li segue portando in mano fasci di palme e rami di ulivo. Poi il corteo, davanti alla chiesa dell’Annunziata, si ferma per ricevere la benedizione delle palme e partecipare alla funzione religiosa. Un tempo i rami benedetti venivano dati a parenti e amici che li conservavano per un anno intero sotto il materasso o dietro la porta di casa in segno di protezione. I contadini, invece, li sotterravano nei campi per benedire il raccolto.

Il Venerdì Santo viene rappresentata la Via Crucis. Le varie associazioni e la parrocchia di San Giovanni Battista, in costume, rievocano per le vie del borgo le tappe della via Crucis.

A giugno, alla passaggio della processione del Corpus domini, i bambini vestiti da angioletti cospargono la strada di petali di fiori. Dalle finestre e dai balconi si srotolano le coperte più belle e più preziose. La banda musicale segue il corteo mentre la folla canta.

Il 24 giugno si festeggia San Giovanni Battista, patrono di Gizzeria. La sera, dopo la celebrazione eucaristica e la processione, in piazza ci sono i festeggiamenti civili con la musica dal vivo; la giornata si conclude con i fuochi d’artificio. Un tempo durante, questa ricorrenza, si prediceva l’esito dei raccolti successivi e le ragazze interrogavano i fiori e le foglie per avere informazioni sui futuri mariti.

La prima domenica di agosto, i pescatori di Gizzeria Lido organizzano la suggestiva processione a mare dell’Immacolata.

Il costume tradizionale

Anticamente il guardaroba delle donne di Gizzeria era composto da due casse dove venivano conservati i panni della famiglia e il costume tradizionale. Vista la presenza a Gizzeria di altre famiglie venute da altre zone della Calabria, gli scambi commerciali, le relazioni, i matrimoni con la gente dei paesi vicini, gli albanesi modificarono notevolmente il loro stile di vita, sino ad adottare gli usi e i costumi dei paesi limitrofi.

 

Il costume tradizionale di Gizzeria è molto simile a quello della pacchiana calabrese; infatti è formato da una sottoveste bianca lunga fino ai polpacci, con ampia scollatura e bordata da un merletto ricamato a mano, dalla una gonna di panno rosso sulla quale viene indossato il grembiule e il “dubretto” cioè una gonna, generalmente di colore verde, annodata a gran coda sul di dietro e sorretta da due bretelle dello stesso tessuto e colore. Il busto è coperto dalla camicetta con sopra il bustino. Gli avambracci sono coperti da maniche con paramani ricamati. La testa è ricoperta dal “mantile” nero.

Bibliografia

G. Del Gaudio, Darsma e Jaxerisë (Il pranzo nuziale di Gizzeria), Pellegrini Editrice, Cosenza,1978

A. Trapuzzano, Storia di Gizzeria, ed. Junior, Napoli, 1974

A. Trapuzzano, Malandrinaggio e Brigantaggio nel territorio di Gizzeria dal 1450 al 1883, ed. Junior, Napoli, 1974

C. Trapuzzano, Il costume femminile di Gizzeria, Stampa Sud, Lamezia Terme, 2005

C. Trapuzzano, Gizzeria nel catasto del 1753, Hydria onlus, 2008

C. Trapuzzano, Gizzeria tra passato e presente: i nomi e i luoghi, Hydria onlus, 2009