Montecilfone (in lingua arbëreshe: Munxhufuni) è un comune italiano della provincia di Campobasso, in Molise e si trova vicino al mare Adriatico e al fiume Biferno. Le prime notizie su Montecilfone risalgono al 1102 quando era noto come Mons Gilliani, mentre nel 1309 l'abitato prese il nome di Castrum Gylphoni, per poi essere citato come Mons Filfonis o Moncelfoni; infine, nel 1608, ci fu la prima citazione con il nome attuale.

Montecilfone
Montecilfone

Reperti d'epoca romana sono assai frequenti nell'agro di Montecilfone. Nel 1276 il borgo è citato per l'esistenza di un fortino nel bosco Corundoli, a difesa dei possedimenti dell'Ordine dei Cavalieri di San Giovanni; tuttavia, nel corso degli anni, il fortino è andato completamente distrutto.

Con l'avvento della dominazione degli Aragonesi, il vescovo Giannelli scriveva "Nell'anno 1442 l'Università con Regio Assenso di Alfonso I di Aragona comprò da Giacomo di Montagano li casali detti di Montecilfone e Serramano col territorio detto Basitivo e le fu confermata la tenuta da re Ferdinando I nell'anno 1458 e dalla regina Giovanna seconda moglie del medesimo monarca nell'anno 1480".

Nel dicembre del 1456 il paese rimase duramente danneggiato dal terremoto e si spopolò quasi completamente. Poco tempo dopo, a causa dell'avanzata ottomana nei Balcani, numerosi albanesi si rifugiarono nel Regmo di Napoli e furono messi ad abitare nei luoghi rimasti abbandonati in seguito al devastante terremoto. Nel Molise furono dapprima sistemati nelle vicinanze di Larino e Guglionesi, poi, per ragioni economiche, culturali e religiose, furono distribuiti nei casolari abbandonati di Campomarino, Montecilfone, Palata, Portocannone Santa Croce di Magliano, e Ururi.


la chiesa di San Giorgio

Nel 1461 Giorgio Castriota Scanderbeg inviò, sotto il comando di suo nipote Ivan Strez Balsic, un corpo di spedizione di circa 5.000 soldati affinch è aiutassero il Re Ferdinando I di Napoli nella lotta contro Giovanni d'Angiò. Il 18 agosto del 1461 Ivan Strez Balsic sgominò le truppe partigiane di Giovanni d'Angiò. Per i servizi resi alla corona di Napoli, fu concesso ai soldati albanesi e alle loro famiglie di stabilirsi, tra le altre località, anche a Montecilfone.

Dopo il 1468, con la morte di Skanderbeg e la conquista degli ottomani di tutta l'Albania, molti profughi albanesi si rifugiarono in Italia costituendo varie colonie in tutto il Regno di Napoli; molti di questi si aggiunsero alla comunità albanese già esistente a Montecilfone.

Nel 1764 diventava signore di Montecilfone il marchese del Vasto don Carlo Cesare d'Avalos; suo figlio Francesco, ultimo titolare, era ancora in vita al tempo dell'eversione feudale avvenuta nel 1806. In quell'anno Montecilfone divenne comune, incluso nel distretto di Larino nella provincia di Campobasso.

Le tradizioni albanesi si sono parzialmente conservate sia nella cultura che nella lingua, mentre è scomparso il rito bizantino. I cognomi di origine albanese più diffusi sono: Cieri, Colella, Cravero, Flocco, Ionata, Lamelza, Manes, Pallotta, Senese.

la Torre nella contrada di Macchia Francara

A tre chilometri da Montecilfone, in contrada Macchia Francara, in direzione sud-est, possiamo notare i resti di Torre Francara (in lingua arbëreshe: Frëngaljt) chiamata anche Torre Francano, la piu antica colonia arbëreshe nel Molise.

Scriveva lo storico molisano Alberto Magliano: "Viene notato questo casale fra gli altri concessi in feudo a Napoleone Orsini nel 1467. Contava fuochi 88 ed era abitato dagli Albanesi, come si legge nel libro delle entrate dei baroni per l'anno 1454". Questo numero di 88 fuochi, in quel periodo, era abbastanza elevato per un casale e denota che la sistemazione degli albanesi a Torre Francara era già da tempo consolidata.

Questi arbëreshë non erano fuggiaschi sbandati alla men peggio nel Molise, erano invece uomini d'arme (stradioti) al servizio del Duca di Palata; infatti il loro territorio era parte integrante della contigua colonia di S. Leucio, i cui abitanti, ancora nei 1663, "fra gli altri obblighi feudali, avevano quello di somministrare al Barone la scorta degli uomini, a piedi ed a cavallo, che a lui servivano per recarsi a Napoli".

Gli stradioti, inoltre, avevano ricevuto dal Duca di Palata l'incarico di razziare il bestiame dei pastori nomadi che si trovavano a passare da quelle parti, o ne pretendevano il pagamento del pedaggio.