Portocannone (in lingua arbëreshe: Porkanuni), deriva la sua denominazione dall'etimo "Porta Kandora" o "Portacandesium" risalente all'anno mille.

II centro storico è una sorta di fortilizio a pianta rettangolare le cui mura sono costituite dalle stesse abitazioni; vi si può accedere da una porta principale, sovrastata dalla torre dell'orologio e dal campanile della chiesa di San Pietro e Paolo.

Il borgo antico è il più importante esempio di "Gjitonia", una sorta di "quartiere fortificato" costituito da case che affiancano una casa "madre" detta "casa signorile" e si affacciano tutte su di una piazzetta e dove si svolgeva la vita sociale del villaggio, secondo le consuetudini tramandate dai primi coloni albanesi.

La chiesa di San Pietro e Paolo il luogo di culto più antico di Portocannone e custodisce al suo interno il battistero ricavato da un tronco di quercia intagliata dagli artigiani albanesi. Sempre nella chiesa si può ammirare l'icona della Vergine nota come Odigitria (colei che indica la retta via); l'icona si trova sulla parete dell'altare maggiore ed è molto venerata dagli abitanti, memori del lungo viaggio e della fuga del popolo albanese perseguitato dagli ottomani. Un altro monumento degno di visita è il Palazzo Baronale fatto costruire nel 1735 dal barone Cini, ed è adiacente alla Piazza Skanderbeg.

Nel 1456 il paese rimase duramente danneggiato dal terremoto e si spopolò quasi completamente. Pochi anni dopo, a causa dell'avanzata ottomana nei Balcani, si stabilirono nel paese numerosi albanesi e ne ricostruirono l'abitato.

Nel 1461 Giorgio Castriota Scanderbeg inviò, sotto il comando di suo nipote Ivan Strez Balsic, un corpo di spedizione di circa 5.000 soldati affinchè aiutassero il Re Ferdinando I di Napoli nella lotta contro Giovanni d'Angiò. Il 18 agosto del 1461 Ivan Strez Balsic sgominò le truppe partigiane di Giovanni d'Angiò guidate da Piccinino. Per i servizi resi alla corona di Napoli, il Re Ferdinando II d'Aragona concesse ai soldati albanesi e alle loro famiglie di stabilirsi, tra le altre località, anche a Portocannone.

Tra tutti i paesi arbëreshë del Molise, Portocannone è quello in cui le tradizioni sono ancora molto ben conservate sia nella cultura che nella lingua, mentre è scomparso il rito bizantino. I cognomi di origine albanese più diffusi sono: Acciaro, Becci, Flocco, Galasso, Iacovelli, Licursi, Lopes, Manes, Mascio, Musacchio, Occhionero, Sabella, Zullo.

La carese

Il martedì dopo Pentecoste vi si celebra la festa della Madonna di Costantinopoli, protettrice del paese, comprendente una corsa di carri trainati da buoi (chiamata "la carese"), derivata dalla leggenda secondo cui la Protettrice sarebbe portata con analogo mezzo in questi paraggi per sfuggire alle persecuzioni degli ottomani.

Si tratta dell'evento più importante per il paese: una gara agonistica disputata tra due, o tre gruppi: i membri dei gruppi nel corso dell'anno si prendono cura dei buoi. Durante la corsa ogni carro è trainato da due buoi e la vittoria assicurerà al gruppo vincitrore, l'onore di portare e scortare l'effigie della Vergine Odigitria nella solenne processione dell'indomani.

A mezzogiorno, dopo la benedizione degli animali, i carri si avviano verso il luogo della partenza, seguiti dal sindaco, dalle autorità e dai cavalieri. La partenza viene segnata da un colpo di pistola a salve sparata dal sindaco. I buoi si muovono al galoppo, incitati dai cavalieri, percorrono alcuni chilometri lungo il tratturo per fare ingresso nel paese e raggiungere il traguardo posto sotto il portale d'accesso al centro storico.