Caraffa di Catanzaro (in lingua arbëreshe: Garrafë) è un comune di 1.830 abitanti (al 31 maggio 2017) in provincia di Catanzaro. Il paese, che confina con i comuni di Catanzaro, Cortale, Maida Marcellinara, San Florio e Settingiano è situato nel punto più stretto dell’istmo di Catanzaro, tra il golfo di Squillace e quello di Santa Eufemia, ed è posto su un altipiano da cui si possono ammirare il mare Jonio ed il Tirreno. Il nome del paese deriva da quello gentilizio della Famiglia Carafa, Duchi di Nocera, alla quale gli arbëreshë, in segno di gratitudine per la concessione dei terreni, diedero il nome al paese.

Le iniziali colonie albanesi che oggi formano Caraffa di Catanzaro, erano quelle di Usito e di Arenoso, quest’ultima posta sull’omonimo colle alle porte dell’attuale centro abitato. Qualche tempo dopo il loro insediamento, tutti gli abitanti dei due insediamenti si stabilirono sul costone pianeggiante circondato su tre lati da un profondo burrone che è tuttora il nucleo storico di Caraffa di Catanzaro.

Segno evidente delle origini albanesi degli abitanti di Caraffa di Catanzaro è il fatto che ancora oggi la gente parla un’antica lingua albanese (oggi molto influenzata dal dialetto calabrese), conservata solo per trasmissione orale, che mantiene molti punti di contatto soprattutto con la lingua toskë dell’Albania meridionale.

La storia di Caraffa di Catanzaro

Nel 1468, con la morte di Scanderbeg, la Lega di Lezha (Alessio) cominciò a disgregarsi, nonostante gli Albanesi del nord, appoggiati dai veneziani, proseguissero la lotta agli Ottomani. Con la caduta di Kruja nel 1478 e della città veneziana di Scutari nel 1479, ebbe fine la ribellione degli albanesi e la definitiva sottomissione dell’Albania all’Impero Ottomano.

Già un consistente numero di albanesi al seguito del tredicenne Giovanni Castriota, figlio di Scanderbeg, era fuggito in Puglia subito dopo la morte di Scanderbeg, ma certamente il grosso delle immigrazioni si ebbe dopo la caduta di Kruja, ossia dopo il 1478.

Tra i fuggiaschi è probabile che ci fossero molti di coloro che avevano combattuto contro i Turchi e che meno degli altri si rassegnavano a vivere sotto questi padroni, oppure che temevano per la loro vita proprio per aver militato nelle truppe di Scanderbeg. Fu così che, mentre in Albania la popolazione veniva perseguitata e massacrata dagli Ottomani, molti Albanesi raggiunsero il Regno di Napoli dove ricevettero dai feudatari locali terre e diritti civili in aree scarsamente popolate.

In tutta la Calabria gli albanesi fondarono o ripopolarono molti casali e, nella contrada dove oggi esiste Caraffa di Catanzaro, fondarono due colonie: quella di Usito e quella di Arenoso, quest’ultimo posto sull’omonimo colle alle porte dell’attuale centro abitato. Queste due colonie si trovavano nel territorio della Baronia di Tiriolo che Galeotto Caraffa aveva acquistato nel 1481 dal Re Ferdinando I d’Aragona.


donne con il costume tradizionale di Caraffa di Catanzaro

Per guadagnare spazio alle colture, gli Albanesi del Casale di Arenoso fecero disboscare la vicina montagna, causando delle frane che, piano piano, si avvicinarono all’abitato sino a inghiottire il loro casale. Fu così che, verso il 1550, Ferdinando Caraffa, nipote di Galeotto Caraffa e Barone di Tiriolo, permise a molte famiglie albanesi di Arenoso di trasferirsi nella vicina località di “Serra Mazza” (in lingua arbëreshe: Rahj i Croit), a patto che il nuovo insediamento prendesse il nome del suo casato “Caraffa”.

Poi il terreno di Arenoso passò alle coltivazioni. Sino a qualche anno fa c’erano dei vecchi che zappavano quelle terre e raccontavano che zappando trovavano ossa umane: Probabilmente in quel sito doveva esserci la Chiesa dove venivano seppelliti i morti. I terreni che si trovano da quelle parti portano ancora oggi i nomi albanesi: Costandini, Carrà, Palombi, Giuanni ecc..

Sia a Caraffa che ad Usito presto il rito bizantino fu sostituito dal rito latino; probabilmente perché era impossibile la venuta di sacerdoti greci dall’Albania. A Usito venne costituita una parrocchia sotto il titolo di San Giovanni Battista e spesso venivano celebrati matrimoni tra gli abitanti di Usito e quelli di Caraffa.

Il 17 maggio del 1567 a Caraffa ci fu la prima numerazione dei fuochi. Da questa numerazione ci risulta che Caraffa non aveva la chiesa e risultano i seguenti cognomi: Boca, Bubba, Cacosa, Cappozzi, Comitato (proveniente da Amato), Cuchise, Forti, Giubata o Giabati (proveniente dalla Sicilia), Grande (proveniente da Amato), Manisse, Petruccia e Sulli.


il municipio di Caraffa di Catanzaro

Il 22 giugno del 1570 ad Caraffa ci fu la seconda numerazione dei fuochi. Ci risulta che, con questa numerazione, si sono aggiunti alla numerazione precedente i cognomi di Mandez, Ribecca (proveniente dal casale di Amato), Bello (proveniente dal casale di Arietta), Sciombata, Peta e Lucchisi (o Cukisi).

L’8 agosto del 1596 ad Caraffa ci fu la terza numerazione dei fuochi. Furono contrate 60 famiglie con una popolazione di 132 abitanti. Guida spirituale era Cesare Giliberto. Il rito era latino e non c’è traccia di una chiesa come edificio pubblico.

La famiglia Carafa mantenne il feudo di Tiriolo, compresi i casali di Caraffa e Usito, sino al 31 luglio del 1610, quando il feudo venne venduto a Carlo Cigala la cui famiglia vi governò fino all’eversione della feudalità avvenuta nel 1816.

Nel 1623 a Caraffa venne costruita la chiesa dedicata a Santa Domenica vergine e martire. Poco dopo i vennero trasferiti i cadaveri dal vecchio insediamento di Arenoso a quello di Caraffa.

Il 9 maggio 1624 Monsignor Carlo Sgombrino, Vescovo di Catanzaro, fece la sua visita pastorale a Usito; segno questo che il Casale si doveva trovare ancora nella sua piena efficienza. In quel momento le famiglie esistenti ad Usito erano le seguenti: Bratisute, Brescia, Bubba, Colistra, Comi, Damico, De Santo, Eligimi, Mandilla, Masega, Maura, Milanese, Morello, Musciacca, Muscialla, Nigro, Robecca, Santo, Scialles, Sulla, Tafano.


la chiesa di Santa Domenica

Il 27 marzo del 1638 in Calabria avvenne un devastante terremoto di magnitudo 7.0. Il suo epicentro era tra tra Confienti e Nicastro e fu riscontrato in oltre 200 località. Furono colpite le valli del Crati e del Savuto, oltre alle Serre e furono distrutti almeno 100 centri abitati dove ci furono circa 10.000 morti. Nella relazione inviata a Ramiro Núñez de Guzmán, Vicerè del Regno di Napoli, il delegato consigliere Ettore Capecelatro scriveva che “le modeste casucce di Usito e Santo Pietro”, erano state danneggiate solo leggermente.

Dopo il terremoto Usito continuava ad esistere ma, subito dopo, iniziò il lento esodo verso Caraffa. Oggi di Usito rimane ancora oggi la chiesa e la casa di un certo Andrea Comi, che, come raccontano i pronipoti, fu l’ultimo a sloggiare. Gli abitanti di Usito si trasferirono in parte a Vena di Maida, e gli altri a Caraffa. Da questo dipende la comunanza dei cognomi che esiste tra Caraffa e Vena di Maida.

Dove un tempo vi era il Casale di Usito si vede ancora la casa di un certo Andrea Comi che, come raccontano i pronipoti, fu l’ultimo a sloggiare; esiste tutt’ora la chiesa ed è usanza della gente che vi passa vicino togliesi il cappello; tanto che quel luogo ancora oggi comunemente viene detto “Te cu nziern capeglin” (dove si toglie il cappello).

Il 6 febbraio del 1641 a Caraffa ci fu quarta numerazione dei fuochi. Risultarono 172 famiglie con una popolazione di 361 abitanti. Questo volta c’è la chiesa madre intitolata a Santa Domenica. In questa numerazione si vede il benessere degli abitanti che vivono in case comode o comodissime e non come nelle numerazioni precedenti in pagliai. Nei pagliai si allevavano solo gli animali domestici. Ai cognomi già esistenti si erano aggiunti i seguenti: Acri, Amico, Aiciello, Brayla, Brescia, Colistra, Comità, Conculina, Crisci, Dragone, Fimiano, Foti, Francese, Gori, Manes, Massarecchi, Parmati, Peta, Riganato, Strati.


Uomo di Vena di Maida e donna di Caraffa di Caranzaro
Litografia anonima del 1825

Dai registri di chiesa del 1648-1679 risulta che, al Casale di Caraffa, esistevamo le famiglie: Boca, Brundo, Bubba, Caliguri, Colistra, Colla, Comità, Dora, Fimiano, Frucci, Grande, Lupo, Peta, Petruzza, Scerbo, Sciumbata, Stati, Sulla.

Il 24 giugno del 1663, i regi numeratori, notificano al sindaco di Caraffa di aver compiuto la nuova numerazione e fatte le aggregazioni risultate per lo spoglio della numerazione del 1658, come pure del catasto. In quella data si poteva notare una riduzione della popolazione.

Intanto nel vecchio insediamento di Arenoso oramai erano rimaste pochissime famiglie i cui cognomi erano: Arturi o Artusi, Bello, Boca, Buba, Colibra, Comità, Corvalito, Crapis, Dragone, Fimiano, Grande, Russo e Tocci. Oramai si trasferivano tutte a Caraffa; causa dell’esodo era dovuta essenzialmente al disboscamento del vicino Monte Arenoso, tanto che, ad ogni soffio di vento, le case si riempivano di sabbia.

Nel 1688 in seguito alle piogge torrenziali che dissodarono il terreno di tutto l’abitato, i cittadini di Caraffa deliberarono di trasferire il loro Casale in un altro sito, chiamato allora “Serra Gulla” e “Piana dei Fiori”, territorio feudale di Giovan Battista Cigala, Principe di Tiriolo.

Il 3 agosto 1692 fu stipulato un atto tra il Principe di Tiriolo e il popolo di Caraffa. Con questo atto il Principe cedeva al popolo di Caraffa 40 tomoli circa di terreno, pari ad Ha. 120. Il popolo di Caraffa si impegnava a pagare un censo annuo di 6 ducati e 3 centesimi.

Il 28 marzo del 1783 un disastroso terremoto con magnitudo 6.9 con epicentro a nord-est di Vallefiorita venne registrato in oltre 300 siti e scosse l’intera regione. Seguirono repliche per circa tre anni. La crisi sismica lasciò un territorio devastato dai crolli, dalle frane, dalle faglie, spaccature nel terreno, crateri, nuove sorgenti e laghi. In totale furono valutati circa 25.000 morti.


Artur John Strutt raffigura donne e uomini arbëreshë
di Caraffa di Catanzaro. Le donne fanno visita ai mariti
prigionieri mentre uomini armati fanno la guardia.

Il terremoto causò anche una frana nei pressi dell’antico casale di Usito interrompendo la strada che portava a Catanzaro. Anche gran parte di Caraffa venne distrutto dal terremoto, e ci fu un elevato numero di morti. Caraffa era collocata in alto sopra un terreno arenoso e mobilissimo, avendo ai fianchi alcune valli; il suolo su cui poggiava era tutto scosso e aperto e in parte franato, causando così l’intera distruzione dei fabbricati. Il vicino bosco di gelsi fu in parte rovesciato, tanto che, in alcuni siti, non si trovavano più alberi. Quindi, non ritenendo conveniente riedificare Caraffa nel luogo primitivo, si decise di ricostruirlo o in San Giovanni di Truchi, o negli Ortali.

Nel sito dove era rinato Caraffa, iniziarono i lavori per la costruzione della chiesa; il 18 ottobre del 1792 iniziarono i lavori del tetto e di tutte le parti in legno; i lavori terminarono il 18 settembre 1798, con la benedizione della chiesa.

Nel 1807, sotto il dominio francese, Caraffa ottenne l’autonomia gestionale divenendo Università (attuale Comune) del Comprensorio di Tiriolo.

Nel 1834 nel corso di un viaggio che ha interessato tutta la Calabria e la Sicilia, giunse a Caraffa Arthur John Strutt, letterato e pittore inglese, il quale descrisse e dipinse in splendidi acquerelli l’abito tradizionale di Caraffa.

Oggi gli abitanti di Caraffa di Catanzaro conservano ancora molti degli usi e costumi del paese di origine come pure l’antica lingua toskë, mentre è scomparso già dal loro insediamento, il rito bizantino.

Bibliografia

Domenico Zangari, Le colonie italo albanesi di Calabria, storia e demografia secoli XV-XIX, Casella, Napoli, 1941

Amministrazione Comunale di Caraffa di Catanzaro, Bashkia e Garrafës, Tipolitografia L’Alternativa, Catanzaro, 1999

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M. Celestino, Viaggio in Arbëria, Prometeo, Castrovillari, 2009

Francesco Maiorana, Caraffa di Catanzaro, Costanzo, 1986

S. Maiorana, Caraffa di Catanzaro, Cenni storici, in “La Cultura di un popolo deve vivere, perché con essa si perpetuano i valori umani”, a cura della Scuola Media Statale “L. Monteleone”, Caraffa di Catanzaro, 1983.