Cervicati (in lingua arbëreshe: Çervikat) è un comune della provincia di Cosenza. Il paese è situato nella media valle del Crati, nel versante interno della Catena Paolana, su un poggio sottostante al crinale del contrafforte che divide la valle principale da quella del fiume Esaro.

 

Storia di Cervicati

Scarse sono le notizie storiche. Alcuni storici ritengono che sia stato fondato nel 969 su un colle chiamato “Castrocucco” ed abbia avuto il nome di “Cervicati” da “Cervi Capti” (cervi catturati) per il gran numero di cervi un tempo esistenti nella zona. Altri ritengono che sia stato fondato nel corso del 1300 da Guglielmetto di Cervicatis (dal latino “dalla testa dura”), che trasformò in urbano il feudo di San Lorenzo, compreso nel territorio di San Marco Argentano.

Si ipotizza che gli albanesi giunsero a Cervicati tra il 1468 e il 1506, quando oramai sempre più cittá e fortezze albanesi stavano cadendo sotto il dominio ottomano. Fu allora infatti che molti albanesi, partendo dai porti di Ragusa, Scutari ed Alessio, lasciarono la loro patria per raggiungere l’Italia meridionale.

 

Molti albanesi, giunti in Italia, si stabilirono lungo la costa adriatica tra l’Abruzzo e il Gargano, altri stabilirono nelle Marche, ma molti altri si trasferirono nel Regno di Napoli, soprattutto in Calabria dove fondarono o reinsediarono moltissimi paesi. Gli albanesi giunsero anche a Cervicati, dove andarono a fondare il rione Scimmisciaglie.

Gli albanesi furono ben accolti dalla popolazione locale che col tempo ne assunse le usanze, mentre gli albanesi, nello spazio di un secolo, persero la loro lingua di origine e passarono dal rito greco a quello latino.


la chiesa di San Nicola di Bari

Secondo i registri del Catasto Onciario, nel 1753 gli abitanti di Cervicati erano circa 500 e la maggior parte di essi figurava con la qualifica di “bracciale”, ossia bracciante seguita da quella di “massaro di campo” e da quelle di “custode di bovi” e “gualana”. Erano presenti anche le qualifiche di “mastro muratore”, “mastro ferraro”, “mastro calzolaio”, “mastro sartore”.

I feudatari che hanno governato Cervicati sono stati i Sanseverino di Bisignano, gli Spinelli di Fuscaldo, i Caschi, i Sersole di Cerisano, i Maiorana ed infine i Guzolini, i quali nel 1651 ottennero il titolo di “Barone” e ne conservarono il possesso fino alla fine della feudalitá.

All’inizio del ’900 Cervicati subì notevoli danni per il terremoto; nel 1929 divenne frazione di San Marco Argentano, tornando a essere comune autonomo nel 1937.

Da vedere

Il paese è costituito da due nuclei storici, che costituiscono un contesto di particolare suggestione, arroccati su una collina e che si sono sviluppati attorno agli epicentri costituiti dalla chiesa dedicata a San Nicola di Bari e dalla piazze.


il palazzo baronale Guzzolini

Il centro storico è costituito da un agglomerato di case semplici, addossate le une alle altre, è arricchito da vicoli e piazzette. In una posizione dominante sta il Palazzo Baronale, dall’architettura essenziale e rigorosa.

La Chiesa di San Nicola di Bari è un’antica cappella votiva, con campanile a orologio, risale al Seicento e contiene diverse opere d’arte, tra cui dei dipinti parietali, un organo a canne ed un Crocifisso snodabile di scuola napoletana.

Sono caratteristici anche i portali di varie case, con stemmi tufacei e gli archi sovrastanti (Supportici) che, in altri tempi, impedivano o permettevano l’accesso al paese.

Le tradizioni popolari

Testimonianza della presenza albanese sono soprattutto i costumi usati nelle manifestazioni folkloristiche e nelle piccole attivitá artigianali tra cui proprio la produzione di vestiti tipici degli arbëreshë.

Oggi è molto sentita e rinnovata la tradizione della “vallja” (ridda) che si esegue di solito nei giorni di Carnevale con grande afflusso di pubblico. In questa occasione le donne indossano i costumi tradizionali degli arbëreshë di Cervicati; nei primi due giorni i vestiti usati sono di velluto, mentre l’ultimo giorno viene indossato il vestito di gala, in seta laminata e raso gallonato in oro.

   
a sinistra il costume tradizionale di Gala; a destra il costume tradizionale in velluto

Altra tradizione molto anticha, a testimonianza di una civiltá contadina improntata al rispetto reciproco e alla ricerca di forti legami di solidarietá, era quella della “motrima” (sorellanza) e della “vulama” (fratellanza).

Questa consisteva nella consuetudine di inviare agli amici, opportunamente preparato su una tavoletta forata, un mazzo di fiori chiamato “u ramagliettu” posto in un vassoio e coperto da un fazzoletto di seta. Lo scopo era quello di rafforzare ulteriormente i legami d’amicizia o di crearne un’altra più forte nel tempo.

Molto forte è il sentimento religioso popolare, espresso da canti originali e suggestivi. La festa patronale in onore di San Rocco ricade il sedici agosto.

Bibliografia

L. De Rose, Le dominazioni in Calabria. Analisi storico-linguistica, Santelli Editore, Cosenza

M. Borretti: Capitoli tra l’Universitá di Cervicati ed il Barone, in: Calabria Nobilissima, Cosenza, A.V., 1951

I.Sarro, Gli insediamenti albanesi sul fianco sinistro del medio Crati da S. Benedetto Ullano a Cervicati, Tesi di laurea, 1964.