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Il patrimonio culturale: l’Etnomuseo

In pieno centro storico sorge l’Etnomuseo della comunità arbëreshe di San Costantino Albanese. Il museo è ospitato in un edificio di proprietà comunale, ossia la vecchia sede del comune situata nel centro storico e articolata su due piani.

Il piano terra conserva gli strumenti tradizionali popolari tra cui il tornio con vari pannelli didattici che illustrano i processi di costruzione di questo strumento.

Al primo piano è conservata la collezione di oggetti della cultura contadina per la cerealicoltura, vinificazione e viticoltura, oltre agli strumenti e il telaio relativo alla lavorazione e tessitura della ginestra; in più vi sono i preziosi costumi tradizionali arbëreshë, e delle foto che risalgono al ’900 dove sono immortalati momenti della vita della popolazione locale.

Il museo ospita inoltre la biblioteca di cultura albanese, la mostra iconografica del maestro Josif Droboniku, autore delle icone che ornano la chiesa madre, e il Presepe Arbëreshë.

Le tradizioni: L’abito tradizionale

I tessuti adoperati per confezionare i vestiti, erano di produzione locale come la lana, il lino e la ginestra. I tessuti venivano confezionati col telaio a mano e venivano colorati mediante la bollitura assieme a coloranti naturali. Il rosso si otteneva dalla robbia, il giallo dall’euforbia, il verde dalla corteccia del frassino, l’arancione dall’allume, il marrone dai gusci di noce, il nero dal vetriolo.

Il vestito tradizionale maschile, è composto pantaloni neri lunghi fino al ginocchio sui quali viene indossata una camicia bianca e un gilet. Completano il vestito le calze di lana e un cappello a punta e larghe falde che ha una funzione soprattutto decorativa.

Il vestito femminile è assai ricco e in passato costituiva un indice della condizione economica di chi lo indossa. La gonna è di lana rossa orlata da una larga fascia di tessuto pregiato, liscia sul davanti e per il resto tutta pieghettata. La gonna viene poi decorata con l’applicazione di fasce gialle, il numero delle quali, da 4 a 6, anticamente indicava la condizione economica della donna e della sua famiglia.

Sulla gonna viene indossata una camicia bianca di lino, lunga fin sotto al ginocchio ed avente anche la funzione di sottoveste; sul davanti presenta una parte molto ricamata ed intorno al collo sono sovrapposti tre ampi colletti di merletti inamidati; le maniche sono molto ampie e ricamate alle attaccatura delle spalle, Sulla camicia viene indossato un ricamatissimo bolero di dimensioni ridotte, in modo da non coprire i ricami della camicia.

In passato i capelli delle donne non venivano né lavati e né tagliati, ma solo pettinati e divisi in due lunghe ciocche, venivano poi avvolti in maniera assai stretta con delle fettucce bianche, in modo da formare due veri e propri cordoni. La maniera di intrecciare questi cordoni sulla testa era leggermente diverso tra nubili e sposate.

Mentre le nubili portano il capo scoperto, le sposate portano un copricapo ricamato in oro dal quale pende sulla nuca una specie di ventaglio in stoffa pregiata. Il copricapo viene fissato all’acconciatura da due lunghi spilloni d’argento filigranato e da una trine ricamata, che passa poi sotto il bolero e arrivava quasi fino al fondo della gonna. Tutto ciò è simbolo di fedeltà e viene messo il giorno del matrimonio e non viene più tolto.

Le tradizioni: la Kreshmza

A San Costantino Albanese dal 2004 si è riportata alla luce la vecchia tradizione di esporre la “Kreshmza” cioé una bambolina di stoffa raffigurante una donna che indossa il costume tradizionale di San Costantino Albanese, intenta a lavorare con il fuso e sul quale vi è conficcata una patata con sopra sette penne di gallina.

La “Kreshmza” viene esposta la mattina del lunedì seguente all'ultima Domenica di Carnevale e viene rimossa il lunedì sera dopo Pasqua. La mattina della domenica successiva alla fine del carnevale viene estratta una penna, e così ogni domenica dopo, sino all’ultima penna che viene estratta il Sabato Santo dopo mezzogiorno, quando le campane cominciano a suonare a festa; infatti, secondo il Rito Bizantino, il Sabato Santo è già da considerarsi il giorno della Resurrezione, dopo che il Papas ha sparso le foglie d’alloro in Chiesa.

Le tradizioni: i riti della Settimana Santa

I riti liturgici della Settimana Santa sono celebrati nella solennità della liturgia di San Basilio, secondo il Rito Bizantino.

Il Giovedì Santo i fedeli portano in chiesa i piatti di germogli di grano decorati con fiori e nastrini colorati e li collocano sui gradini dell’altare. Giunta la sera, sulla piazza antistante la chiesa madre, si accende un grane falò e, dopo la funzione religiosa, in chiesa inizia la veglia.

Il Venerdì Santo, dopo la funzione serale, per le vie del paese si svolge una processione con la croce in testa al corteo e al centro il “Kouvouklion”, una portantina sulla quale è posto “l’Epitafios Trinos”, un arazzo bizantino raffigurante la sepoltura. Alla fine della processione davanti alla chiesa, il corteo viene fatto passare sotto il “Kouvouklion” e il parroco fa baciare il vangelo benedicendo il capo con del profumo.

Il Sabato Santo a mezzogiorno riprendono a suonare le campane: infatti, secondo la tradizione popolare, Cristo sarebbe risorto a mezzogiorno del sabato. In chiesa il Papas sparge l’alloro, in segno della resurrezione e simbolo della vittoria della vita sulla morte.


il “Kouvouklion

La domenica di Pasqua, alle 5 del mattino, si può assistere alla funzione dell’Annuncio della Resurrezione. Tale funzione è detta “Fjalza mir“ (la buona parola, cioé il lieto annuncio della Resurrezione) e si svolge in parte sul sagrato della chiesa. Spente le luci dentro la Chiesa, il Papas accende il cero dalla lampada perenne che arde davanti all’altare e invita i fedeli ad accendere dal suo cero tutte le altre candele. Poi i fedeli in processione escono dalla Chiesa. Il Papas, rievocando la discesa di Cristo agli inferi, percuote con una croce la porta centrale della chiesa che, alla terza volta, si apre facendo rientrare il Papas e il seguito dei fedeli. Alle 10 si celebra la messa durante la quale si benedicono le uova, simbolo dei cibi che non si possono consumare durante la Quaresima e simbolo della Vita Nuova.

Le tradizioni: la festa della Madonna della Stella e i Nusàzit

La seconda domenica di maggio si svolgono i festeggiamenti in onore della Madonna della Stella, protettrice della Comunità di San Costantino Albanese. La statua della Madonna, dopo la messa domenicale delle ore 10, viene portata a spalla nel Santuario dedicato alla Madonna e situato a circa 1,2 km dell’abitato.

La sera prima della festa, nella piazza del paese viene acceso un pupazzo di cartapesta imbottito di petardi, raffigurante un cavallo col cavaliere (Kali) pieno anch’esso di petardi. Il cavallo con il cavaliere è trasportato con passo saltellante da un uomo posto al suo interno. I petardi sono posti in modo da non arrecare alcun danno al volontario che trasporta il pupazzo.

 

Ma il cuore delle celebrazioni è rappresentato dall’accensione di caratteristici pupazzi di cartapesta chiamati “Nusàzit” situati su un palco nella piazza antistante la Chiesa Madre, e accesi al momento in cui la Madonna viene portata fuori dalla chiesa, alla fine della messa e prima dell’inizio della processione diretta al Santuario della Madonna della Stella.

La tradizione dei “Nusàzit” non originaria di San Costantino Albanese. Questa nasce agli inizi del XX secolo ed è un’usanza del Messico; i “Nusàzit” vennero costruiti per la prima volta da Peppino Chiaffitella detto Pllinja, ritornato dal Messico dove era emigrato. I pupazzi, costruiti con opportune intelaiature di legno, sono vestiti con i costumi tradizionale del paese e riempiti di polvere pirica e razzi, al fine di far ruotare ruotare su se stessi i pupazzi, o di farli muovere in altro modo; il tutto si conclude per ognuno di essi con la detonazione finale.

  

I pupazzi sono costruito a grandezza naturale e raffigurano una donna (nusja), un pastore (Kapjel picut), due fabbri (furxharet) e il diavolo (djallthi). La donna è vestita con il costume di gala; l’uomo, vestito con il tradizionale costume con il cappello a punta, porta due forme di ricotta; il diavolo, solitamente raffigurato cioé con due facce, quattro corna, i piedi a zoccolo di cavallo (kémb rrutullore), porta in mano una forca (furrcilia) e la catena del paiolo (kamastra).